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Chiesa di S.Pietro in Vincoli: arte e storia

di | 2023-01-01T07:16:30+01:00 1-1-2023 6:15|Sezione 4, Viaggi|0 Commenti

ROMA – Le belle giornate di questo periodo offrono la possibilità di visitare alcuni luoghi ricchi di storia, arte e spiritualità. Roma, capitale d’Italia, propone numerose occasioni e se, per esempio, ci si trova al cima al colle Oppio, a due passi dal Colosseo e ad altrettanti dalla Domus Aurea di Nerone (con, dall’altra parte, a circa duecento metri, i Fori Romani), ci si può imbattere in una chiesa dalla facciata severa. Archi a tutto sesto che si aprono su una scalinata comunque bassa, conducono in una full immersion di secoli di storia, da lasciare senza parole e dove sono custodite importanti reliquie.

Il Mosè di Michelangelo

È la basilica di San Pietro in Vincoli, impreziosita da colonne di marmo greco probabilmente provenienti dal Portico di Livia; nell’abside, pregevoli affreschi del Cinquecento di Jacopo Coppi ed una particolare iconografia della Ricrocifissione di Beirut; inoltre, proprio sotto l’altare, si trovano le catene di san Pietro. Narra, infatti, la leggenda che l’imperatrice Eudossia regalò al Papa Leone I, una delle catene con le quali venne imprigionato san Pietro, dono molto apprezzato dal pontefice che decise di costruire un tempio per conservare questa preziosa reliquia.

Successivamente, qualche anno dopo, un’altra catena, la seconda, venne portata a Roma, dove si unì miracolosamente alla prima. Il segmento di catena, dunque, per tradizione ha tenuto legato san Pietro nel carcere Mamertino a Roma, mentre l’altro pezzo sarebbe stato portato dalla Palestina a Roma dall’imperatrice Eudossia, dopo averle ricevute da sua madre Elia Eudocia, nel 422. Si tratta di quelle catene che legavano Pietro durante la sua prigionia a Gerusalemme, ai tempi di Erode Agrippa. Si tratta di un grande significato simbolico, perché queste catene, (una proveniente dalla Chiesa d’oriente, l’altra da quella d’occidente) erano il simbolo della volontà di riunificare le due Chiese, con la benedizione di Dio.

Ma in questa basilica, ricca di preziose opere, quello che catalizza l’attenzione dei numerosi visitatori che vi si recano ogni giorno è l’imponente statua di Mosè, realizzata da Michelangelo. Alta ben 2,32 metri, doveva inizialmente costituire una delle quaranta statue di quella che, in definitiva, doveva essere la tomba di Papa Giulio II in San Pietro: un vero e proprio mausoleo, successivamente ridimensionato dai successori e poi trasferito in san Pietro in Vincoli. Un progetto, dunque, commissionato da Giulio II a Michelangelo, nel 1505, quando l’artista era diventato ormai celebre, per aver scolpito il David a Firenze, agli inizi della costruzione della nuova basilica vaticana.

L’opera, però, venne interrotta diverse volte: il suo completamento risale al 1545, trentadue anni dopo la morte di Giulio II avvenuta nel 1513. Michelangelo, stupito dal risultato ottenuto nella realizzazione, si racconta che percosse il ginocchio della scultura con un martello, chiedendole: “Perché non parli?”. Comunque, nel 2003 è stata sottoposta ad un restauro ad opera di Antonio Forcellino. La statua originariamente si presentava in posizione pienamente frontale, ma in seguito Michelangelo decise di girare la testa verso sinistra, forse per non guardare l’altare così ricco. La barba di Mosè è verso destra, perché nel girare la testa l’artista non aveva a disposizione abbastanza marmo, per farla cadere diritta.

Al suo fianco due figure femminili, Rachele e Lia, di Raffaello da Montelupo. Mosè, dunque, non è seduto in posizione di riposo, tutt’altro, perché a guardarlo è come se fosse pronto ad alzarsi, tanto che persino Siegmund Freud nel provare a dare una interpretazione psicologica della scultura, vedeva in Mosè il tentativo di dominare l’ira che lo stava invadendo. Si racconta che, nella barba del Mosè, proprio sotto il labbro inferiore, Michelangelo avrebbe scolpito il profilo di Papa Giulio II ed anche la testa di donna.

Laura Ciulli

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