/, Sezione 6/“Alla scoperta del buio”, corso per disabili visivi

“Alla scoperta del buio”, corso per disabili visivi

di | 2023-10-19T20:06:33+02:00 22-10-2023 5:25|Attualità, Sezione 6|0 Commenti

BORGOROSE (Rieti) –  “Alla scoperta del buio”: corso di accompagnamento disabili visivi in grotta, nelle sale museali e anche nella vita di tutti i giorni. Il corso si è svolto al Museo Archeologico del Cicolano a Corvaro di Borgorose, organizzato dal gruppo speleologico “Shaka Zulu Club Subiaco” con Gabriele Catoni, Francesca Licordari (funzionario archeologo Sabap area metropolitana di Roma e provincia di Rieti, esperta nella didattica per ciechi), Gianmario Mascolo (psicologo e istruttore per non vedenti, consulente delle attività del Museo Nazionale di Villa Giulia, non vedente dalla nascita).

Francesca Licordari e Gianmario Mascolo

L’idea della formazione per gli accompagnatori è venuta a seguito di una caduta accidentale al termine di una visita in cui non è stato segnalato un sasso lungo il percorso. Può capitare, ma non deve succedere, soprattutto se il visitatore è non vedente: bisogna entrare anima e corpo in una dimensione diversa, con precise esigenze e questo fa la differenza tra un accompagnatore istruito e uno improvvisato. “Scoprire tutto ciò che ci circonda e avere contatti con la natura diventa un bisogno fondamentale, la speleologia si è dimostrata una disciplina molto utile. L’esplorazione delle grotte si è rivelata particolarmente attraente per le persone con disabilità visiva, che hanno potuto percepire un mondo al buio, a loro già noto, in maniera completamente nuova. La grotta e le sale museali devono essere rese accessibili e sicure, il disabile visivo ha continuamente bisogno di trovare, conoscere e applicare nuove modalità di contatto con il mondo esterno, per questo molti hanno una naturale curiosità esplorativa e conoscitiva, legata al bisogno intrinseco di conoscere e padroneggiare sempre nuovi modi e tecniche di contatto con ciò che li circonda”, scrivono Francesca Licordari e Gianmario Mascolo sulla rivista Speleologia del Lazio’ del 9 dicembre 2018.

“Non abbiate paura a fare domande – esordisce Gianmario introducendo le lezioni teoriche nella sala convegni del museo – l’accompagnatore deve conoscere bene il grado di disabilità, se la cecità è parziale, totale, laterale, a macchia di leopardo, se è ipovedente o cieco totale, se lo è dalla nascita (quindi non ha mai conosciuto i colori, né l’alfabeto tradizionale, ma solo il Braille, non ha idea delle forme e delle dimensioni se non toccandole, se conosce larghezza e lunghezza, quanto misura un metro o un centimetro), chiedete il permesso di prendere le mani per guidare a una visita tattile, usate le mani e tutte le dita, rispettate la destra della persona, non la vostra”.  

Le regole fondamentali sono quelle delle “quattro S+1”: sicurezza, scoperta, sensazioni, sorpresa e sintonia e anche in questo caso è sempre una questione di relazioni e di empatia tra persone, in cui non esistono cose ovvie o scontate. Segnalare bene il percorso, gli ostacoli, abbassamenti, angoli, spuntoni, strettoie, ogni eventuale pericolo, descrivere se la roccia è naturale, di che tipo e consistenza, far annusare gli odori anche se sgradevoli, usare la guida tattile con efficacia, tenendo presente nel caso di bassorilievi con iscrizioni, che anche se la persona conosce l’alfabeto classico, è meglio leggere a voce le iscrizioni, tanto più che sono in latino, etrusco o greco. In grotta è bene indossare i guanti, sia per evitare graffi, sia per non toccare stalattiti ancora vive, in via di formazione, il cui contatto con la pelle (che è sempre un po’ grassa) impedisce il formarsi naturale e in alcuni casi il ricongiungimento con le stalagmiti a terra.

Dopo le lezioni teoriche, che potrebbero sembrare facili, entrando nella pratica ci si accorge che non è affatto così. In alcune sale gli arredi funerari e votivi, anelli, spade, fibule, specchi, sono chiusi nelle teche, come la ricostruzione del tumulo di Corvaro e si possono solo descrivere, la prima prova pratica e tattile è stata fatta nella sala che custodisce reperti archeologici a vista. “Raccontatemi come è fatta questa sala” chiede Gianmario e i partecipanti (guide turistiche, escursionistiche, speleologi) iniziano a descrivere l’ambiente in cui spiccano due dei cinque capitelli originali (trafugati e recuperati dai Carabinieri) della cripta della chiesa di S. Giovanni in Leopardis, ricchi di incisioni e di simbologie, la riproduzione in vetroresina dell’uccisione del gladiatore (esposta al Colosseo), il Dio Mitra che uccide il toro (esposta al Roma al Museo Nazionale terme di Diocleziano), entrambe provenienti da Nesce di Pescorocchiano e qui è Gianmario che diventa guida.

Ogni descrizione è diversa dall’altra e a ognuno Gianmario indica cosa gli è mancato, tra elementi indispensabili e quelli non indispensabili, ma che possono comunque fare da contorno come “è una sala luminosa con luce dall’alto” e le sensazioni provate. Qui ci si rende veramente conto delle differenze e delle necessità dell’altro, dei gesti spontanei che fa il vedente, senza riflettere e di quelli che si aspetta il non vedente. Una full immersion nell’altro da sé, molto istruttiva. La direttrice del museo Francesca Lezzi sta presentando un progetto rispondendo al bando della Regione Lazio sui finanziamenti alle attività museali, per la realizzazione di un intero percorso per non vedenti e un laboratorio con laser a luce pulsata e stampante 3d per riprodurre non solo i reperti già presenti nel museo, che nel percorso per non vedenti possono essere liberamente e ripetutamente toccati, ma quelli che fino a qualche anno fa si portavano direttamente a Roma nei grandi musei (dove ormai purtroppo resteranno).

Ora si tende a lasciare i reperti nelle zone di provenienza, purché sia garantita la sicurezza e questa è la bellezza dei piccoli musei locali (Monteleone Sabino, Salisano, il museo civico di Rieti, quello di Corvaro). Con la riproduzione in vetroresina molte altre opere locali potranno essere esposte ‘a casa’, anche se non nella veste originaria, di cui forse non si accorge il vedente, ma sicuramente il non vedente, per la differenza tattile della vetroresina rispetto alla pietra e al marmo originali.

E infine chi era Shaka Zulu, che ha ispirato il nome del club speleologico di Subiaco? Fu il fondatore e primo sovrano dell’Impero Zulu, feroce e spietato, abile stratega, segnò la storia del continente africano attraverso le conquiste militari che gli valsero il soprannome di Napoleone in Africa. “Le sue gesta furono raccontate in una miniserie Tv nel 1986 e mi è rimasto impresso” dichiara Gabriele Catoni, che al club ha dato l’indirizzo mail shakazulusubiaco@gmail; oltre che gcatoni@iol.it. Membro della società speleologica italiana e della Federazione speleologica del Lazio, il club ha scoperto l’Abisso Nessuno, una grotta che si apre nei pressi dell’altopiano di Camposecco, ai confini del territorio di Subiaco.

Francesca Sammarco

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi