NAPOLI – C’è tempo fino al 6 luglio per immergersi nelle origini leggendarie del capoluogo campano. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) ospita la mostra “Parthenope. La Sirena e la città”, un viaggio affascinante curato da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte. Al centro del percorso espositivo c’è la figura di Parthenope, la mitica sirena, fondatrice della città: una creatura indissolubilmente legata al mare, alla navigazione, alla musica e al potere della seduzione.
L’esposizione vanta oltre 250 opere che coprono un arco temporale immenso, dall’VIII secolo a.C. fino ai giorni nostri, includendo anche film d’animazione e giocattoli a tema. Sono presenti reperti inediti emersi dagli scavi per le linee 1 e 6 della metropolitana cittadina e il busto in argento di Santa Patrizia, figura di riferimento della devozione locale. L’esposizione evidenzia la straordinaria metamorfosi iconografica subita dalle sirene nel corso dei secoli.
Il percorso guida i visitatori alla scoperta di una trasformazione radicale: dalle originarie creature con corpo d’uccello e testa umana — protagoniste del celebre incontro con Ulisse nell’Odissea omerica — alle ibridazioni medievali con zampe di volatile, fino a raggiungere, solo a partire dall’Alto Medioevo, le sembianze universali di donne con la coda di pesce.
Una sezione di rilievo è dedicata al primo insediamento di Partenope sul promontorio di Pizzofalcone. Grazie a materiali mai esposti prima – provenienti sia da collezioni private sia dai recenti scavi della metropolitana – viene confermata la fondazione del sito già nell’VIII secolo a.C., gettando luce sulla fitta rete di scambi commerciali e culturali dell’epoca. Un mito vivo e pulsante, che continua a riflettersi nell’arte, nella musica, nel cinema e nella forte identità religiosa e culturale della Napoli contemporanea.
“Il legame tra la città e la figura della Sirena attraversa i secoli e continua a vivere nella memoria e nell’immaginario collettivo – dichiara il direttore generale Musei, Massimo Osanna –. Il percorso mette in relazione archeologia, storia e linguaggi contemporanei, mostrando come il mito non sia un elemento statico, ma una narrazione in continua evoluzione, capace di rigenerarsi e di mantenere intatta la propria forza simbolica. È un progetto che coniuga ricerca e capacità narrativa, restituendo al pubblico la complessità di un racconto che attraversa il tempo”.
Amalia Ammirati

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