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Giusti tra le Nazioni: da Svezia a Sicilia

di | 2019-02-10T06:42:46+01:00 10-2-2019 6:00|Attualità, Cultura, Sezione 1|0 Commenti

PALERMO – “Chi salva una vita, salva il mondo intero”, recita un versetto del Talmud, uno dei testi sacri della religione ebraica. Dopo la seconda guerra mondiale, il termine Giusti tra le nazioni  è stato utilizzato per indicare i non ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita  per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista. Giusti tra le nazioni  è inoltre l’onorificenza conferita fin dal 1962 dallo Yad Vashem – Memoriale ufficiale di Israele – a tutti i non ebrei riconosciuti appunto come “Giusti”. Grazie a “Schindler’s List”, il celeberrimo film di Spielberg, tutti sanno chi è stato Oskar Schindler, l’imprenditore tedesco che salvò più di mille ebrei nascondendoli nelle sue fabbriche. Abbastanza nota è anche l’incredibile vicenda di Giorgio Perlasca, il commerciante italiano che, nell’inverno del 1944, fingendosi console generale spagnolo, salvò la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi. Meno conosciuti sono invece lo svedese Raoul Wallemberg e il siciliano Calogero Marrone, che purtroppo pagarono con la vita il loro impegno a favore degli ebrei.

 

Raoul Wallemberg (a sinistra) è stato un diplomatico svedese, inviato durante la seconda guerra in Ungheria, allora occupata dai nazisti. Resosi conto ben presto della difficile condizione degli ebrei, consegnò a molti di loro dei certificati con bandiera e stemma svedese – i cosiddetti “passaporti Wallemberg” – che evitavano la deportazione nei campi di concentramento. Wallenberg istituì anche cucine da campo, ospedali, orfanotrofi e scuole per gli ebrei ungheresi superstiti, costituendo di fatto una “zona sicura” comprendente case e ostelli, dove trovarono rifugio circa 33.000 persone. Negli ultimi giorni di guerra sventò il piano nazista di far esplodere due ghetti, salvando così circa 100.000 persone. Purtroppo Raoul Wallenberg fu imprigionato dalle truppe sovietiche nel 1945 e di lui non si seppe più nulla. Si presuppone che sia morto prigioniero in Unione Sovietica nel 1947.

 

Calogero Marrone (a sinistra) nacque a Favara, un paesino in provincia di Agrigento, nel 1889. All’avvento al potere del fascismo, rifiutò di iscriversi al Partito Nazionale Fascista e per questo scontò alcuni mesi di prigione. Nel 1931 vinse un concorso come applicato comunale presso il comune di Varese e vi si trasferì, con la moglie Giuseppina e i quattro figli: Filippina, Salvatore, Dina e Domenico. A Varese, anche grazie alle sue doti umane e professionali, fece rapidamente carriera e divenne capo dell’Ufficio Anagrafe. Da questa posizione di rilievo, durante l’occupazione nazifascista, poté rilasciare centinaia di documenti falsi ad ebrei e anti-fascisti che, in questo modo, sfuggirono alla cattura. All’inizio del 1944, però un delatore segnalò la sua attività alle autorità nazi-fasciste, che lo fecero arrestare. Calogero Marrone morì nel campo di concentramento di Dachau il 15 febbraio 1945. Il suo nome è ricordato con una targa in via Alloro, nel “Giardino dei Giusti” di Palermo.

Maria D’Asaro

 

Nella foto di copertina, la targa che ricorda Calogero Marrone

 

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