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Storie di allenatori fuori di… testa(te)

di | 2024-03-15T17:27:49+01:00 17-3-2024 5:30|Sezione 7, Sport|0 Commenti

PERUGIA – “Calci, sputi e colpi di testa”: così si intitolava un libro degli anni Settanta, scritto da Paolo Sollier, centravanti del primo “Perugia dei miracoli”, guidato dalla troika Castagnèr-Ramaccioni-D’Attoma. E di colpi di testa, via via negli anni, il calcio nostrano, e non solo, ce ne ha regalati di clamorosi. L’ultimo appena pochi giorni fa quando l’allenatore Roberto D’Aversa, sulla panca del Lecce impegnato contro il Verona (uscito vincitore dallo stadio salentino di via del Mare grazie ad una rete di Folorunsho), in una gara del campionato di serie A, ha rifilato una testata – sì, proprio una testata, come neanche un bullo di periferia nel corso di una rissa -, al giocatore francese della squadra veneta, Thomas Henry.

La testata di D’Aversa al calciatore Henry

Il tecnico, negli spogliatoi, con il sangue alla testa che, all’evidenza, si era placato, si è scusato per il gesto, che però non gli è stato perdonato dalla società, che lo ha esonerato e neppure al giudice sportivo che gli ha notificato una squalifica di quattro turni e 10mila euro di multa (1 turno all’attaccante d’oltralpe). Ora che in queste prove di… forza, muscolari, si esibiscano i calciatori, presi della foga della partita e dall’esuberanza legata all’età giovanile, è già un brutto vedere, ma che anche gli allenatori cadano in peccati del genere, beh, è di gran lunga peggio e non suona come una pubblicità favorevole per il mondo del pallone. Anzi l’immagine che se ne ricava diventa ancora più pesante, sgradevole, da condannare.

L’allenatore Roberto D’Aversa

Eppure non è assolutamente la prima volta che i mister – che oltre agli allenamenti ed agli schemi dovrebbero insegnare ai loro allievi anche a vivere ed a comportarsi bene – perdono il lume della ragione e le staffe. Chi ha una certa età (et quorum ego) ricorderanno come al termine del derby piemontese – correva il 1973 – Gustavo Giagnoni, colpì Franco Causio, che stava festeggiando il gol siglato da Antonello Cuccureddu, suo compagno juventino, davanti alla panchina del Toro, in modo irridente e probabilmente condendo i gesti con qualche termine ingiurioso, con un pugno secco che fece crollare sull’erba il bianconero. Giagnoni, che già indossava il suo caratteristico colbacco, si scusò nel dopo partita (“Mi fa male la mano ed il cuore”, spiegò) e forse anche per questo il giudice sportivo usò una mano delicata: due giornate di squalifica a ciascuno dei due protagonisti.

Gustavo Giagnoni

Dieci anni più tardi (1983) nel corso di un Pescara-Como il tecnico Tom Rosati, rifilò uno schiaffone al suo centravanti Vittorio Cozzella, che si era fatto espellere. Come a dire “Così impari…”: una sorta di “Ti do la giunta”, con la quale i genitori, almeno nell’immediato dopoguerra, punivano i loro figli per una qualche mancanza grave. Fece discutere a lungo (siamo arrivati al 2004) la rissa generale nella gara dei play out per la A tra Cesena e Lumezzane (risultato 2-1) nel corso della quale il tecnico dei romagnoli, Fabrizio Castori, avrebbe colpito il giocatore Pietro Strada. Il condizionale è d’obbligo in quanto, sebbene Castori fosse stato squalificato per tre anni (poi diminuiti a 2, tutti scontati) nel 2011 il mister di San Severino Marche, venne poi assolto. Gran rumore suscitò, nel 2007, il clamoroso calcio sul sedere che Silvio Baldini, toscano di Massa, diede al collega avversario nel corso della partita di serie A Parma-Catania. Un episodio ripreso dai cameramen e che fece il giro delle trasmissioni sportive: Baldini in camicia, trattenuto a stento dai suoi, che scalcia un ignaro Mimmo Di Carlo, il quale gli dava le spalle ed era vestito di tutto punto con tanto di completo scuro e cravatta in tinta.

Tom Tosati colpisce Cozzella

Anche nella “perfida Albione”, per la ritardata consegna di un pallone uscito dal campo di gioco, l’italiano Roberto Mancini, guida del Manchester City, si lasciò andare ad un goffo spintone – correva il 2010 – sul collega avversario, David Moisés, dell’Everton. E spintoni, manate e parole di fuoco l’anno dopo (2011) videro protagonisti un altro italiano, Paolo di Canio, allora in forza allo Swindon Town (battuto dal Southampton per 3-1 nel secondo turno di Carling CUP), nei confronti del proprio centravanti Leon Clarke. Il tutto, stavolta, nel tunnel degli spogliatoi, lontano dall’occhio impietoso delle televisioni. Sempre nell’anno del Signore 2011, scena indimenticabile (pure questa resa immortale dalle telecamere), ma stavolta nella “caliente Espana”: le riprese filmarono Josè Mourinho avvicinarsi alle spalle del vice allenatore avversario (la partita vedeva misurarsi Barcellona e Real Madrid, risultato finale 3-2 in Supercoppa di Spagna)), Tito Villanova, secondo di Bep Guardiola, ed infilargli l’indice nell’occhio destro. Per allontanarsi subito dalla scena del… crimine, con passo lento e come niente fosse. Come neanche il manzoniano Renzo, che fischiettando, pur ricercato dagli sbirri, s’allontana da Milano…

Roberto Mancini

Nel maggio 2012 sulla scena salì, invece, Delio Rossi, al tempo sulla panchina della Fiorentina, nella circostanza impegnata in un confronto col Novara. Il tecnico aggredì il proprio attaccante, il serbo Adem Ljaljic, reo di avergli rivolto un applauso ironico dopo essere stato sostituito e richiamato in panchina. Rossi venne subito esonerato dalla società viola, mentre il giocatore ebbe, sempre dal club, la sospensione fino al termine della stagione.

Delio Rossi

Per concludere: brutte scene, ma nulla di nuovo sotto il sole. L’educazione e l’auto controllo dovrebbero rappresentare una costante soprattutto per gli allenatori, considerato il ruolo, l’età ed il compito loro affidato. Ma anche loro si rifugiano in corner: “Siamo uomini…”. Già, ma fragili. E privi, almeno alcuni, di buone maniere. Per non dire altro. Forse qualcuno di loro dovrebbe almeno dare una sfogliata al Galateo di monsignor Giovanni della Casa. È trascorso qualche secolo ma i suoi insegnamenti restano ancora validi.

Elio Clero Bertoldi

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