RIETI – Tre grandi pareti e una volta: nella parte centrale l’annuncio della parusia da parte degli angeli, la seconda venuta di Cristo tra Santi intercessori, ascesa dei corpi risorti nel registro superiore, discesa dei reprobi sul lato opposto e traghettamento agli inferi, gruppo di confratelli incappucciati in cerchio: è il Giudizio Universale dei fratelli veronesi Lorenzo e Bartolomeo Torresani (la Cappella Sistina di Rieti), una delle realtà artistiche più rilevanti del Cinquecento nell’area umbro-sabina. Ora che il restauro è terminato, l’oro della volta a foglia sottilissima è tornato a splendere, il ciclo pittorico ha ripreso luce, i volti e i corpi colore e profondità e, soprattutto, è venuto alla luce l’uso del blu egizio, molto raro e utilizzato in pochissimi casi in epoca moderna (il più noto è a opera di Raffaello a Villa Farnesina a Roma). 
Il blu egizio è il primo pigmento artificiale realizzato oltre 5 mila anni fa, fondendo insieme silice, calcio, rame e un sale alcalino. Il composto veniva raffreddato, macinato finemente e utilizzato come polvere per pitture o per creare oggetti in pasta vitrea (detta fritta). Per circa 4 mila anni è stato l’unico pigmento blu brillante disponibile nel bacino del Mediterraneo. Oltre ad essere onnipresente nelle tombe e nei templi dell’Antico Egitto, il suo uso è continuato fino all’epoca romana e nel Rinascimento italiano, come dimostrato dagli studi sui dipinti di Raffaello, Perugino, Michelangelo e Signorelli del duomo di Orvieto.
Ritrovarlo nel Giudizio Universale a Rieti evidenzia non solo la bravura dei Torresani, ma anche il legame con Roma e i migliori artisti rinascimentali, quindi l’importanza di Rieti e della Sabina. L’affresco ha una superficie di 200 mq, venne terminato in soli due anni, dal 1552 al 1554, su commissione di Bernardino Sanizi per la Compagnia dei Mercanti della confraternita di S. Pietro Martire: anche in questa rapidità di esecuzione i due fratelli si rivelarono dei veri professionisti, per questo Giuseppe Cassio, responsabile del Progetto per la Soprintendenza con Monica Sabatini e Tiziana Conti, ha proposto “uno studio approfondito delle opere dei fratelli Torresani in tutto il Centro Italia. Questo capolavoro sarà simbolo e fiore all’occhiello di Rieti”.

Da sinistra, il sindaco di Rieti Daniele Sinibaldi, il generale di brigata Giorgio Guariglia, Lisa Lambusier Soprintendente Abap
L’Oratorio di S. Pietro Martire faceva parte del complesso del convento di San Domenico, che ha una lunga e travagliata storia. Dal 1862 il convento e il chiostro della Beata Colomba (con giardino all’italiana, al centro un pozzo e un portico con affreschi) non sono più un unico complesso e sono stati inglobati all’interno della Caserma Attilio Verdirosi, perciò le opere d’arte non erano visitabili e sono state ignorate a lungo. Il restauro è stato possibile grazie a 515 mila 795 euro dell’8 x mille della Presidenza del Consiglio e un protocollo d’intesa del 2024 tra il comune di Rieti, la Soprintendenza Abap Roma Capitale e provincia di Rieti, la Scuola Interforze per la Difesa Nbc e, grazie a un secondo protocollo d’intesa siglato il 12 giugno scorso, la caserma oggi apre le porte ed è possibile la visita guidata di questo capolavoro con Archeoares.it (335431722, rieti@archeoares.com) dal venerdì alla domenica e festivi.
Sarà parte integrante del museo diffuso di Rieti (finanziamento PNC-NEXT APPENNINO) che sarà completato entro luglio, che include, fra l’altro, il Teatro Flavio Vespasiano, la sala consiliare con gli affreschi di Antonino Calcagnadoro. Nel 1574 il ciclo pittorico fu messo sotto accusa dal visitatore apostolico monsignor Pietro da Camaiano, che chiedeva la cancellazione delle nudità, ma venne salvato dall’opposizione dei Domenicani. Michelangelo aveva terminato la Cappella Sistina undici anni prima, il Beato Angelico e Luca Signorelli avevano realizzato un altro Giudizio Universale nella Cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto.
Oltre a problemi statici dovuti ai terremoti, l’opera presentava diverse criticità legate all’umidità e alle aree trattate con materiali oggi non più idonei, con difficoltà di lettura del disegno e cromia per la presenza di sporco, patine saline, nerofumo, viraggio delle tinte di integrazione e delle velature applicate nel tentativo di attenuare le vistose mancanze, concrezioni calcaree e solfatiche, soprattutto nello scuro del fondo. Il sottosuolo è carsico, con risalita di umidità, il complesso è stato negli anni, caserma, granaio, foresteria. Il restauro conservativo (Studio Tre di Tiziana Conti e Tommaso Sensini di Arezzo) ha tenuto conto del restauro del 1908 ad opera di Giuseppe Colarieti Tosti che inserì grappe metalliche per evitare distacchi e fece stuccature cementizie, dove ormai si erano formate lacune. 
L’opera dei fratelli Torresani si configura come una sintesi tra cultura rinascimentale umbra e le novità di “maniera” romana. Lasciata la terra d’origine, attraverso i contatti con fra’ Giovanni da Verona, giunsero a Narni, centro strategico tra Terni, Rieti, Viterbo. A Poggio Mirteto la decorazione dell’abside della chiesa di San Paolo del 1521, riferibile in gran parte solo a Lorenzo. Il loro stile distingue due personalità: Lorenzo è più misurato e legato ai modi di Luca Signorelli e Raffaello, Bartolomeo è ricolmo di reminiscenze umbre e influssi michelangioleschi. A Rieti sono stati particolarmente attivi, con Lorenzo stabile tra il 1525 e il 1535, raggiunto da Bartolomeo nel 1529.
Il ciclo pittorico del Giudizio Universale a Rieti è monumentale, ma ne esiste un altro a Poggio Mirteto in una chiesa posta nei pressi di Porta San Rocco e un altro a Casperia, presso la chiesa di Santa Maria in Legarano. Fino agli anni ’60 del Cinquecento hanno gestito un vero e proprio monopolio artistico anche nelle aree più periferiche, lasciando una grande eredità.
Francesca Sammarco

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