//Quelle “vite rubate” dalla giustizia ingiusta

Quelle “vite rubate” dalla giustizia ingiusta

di | 2024-02-05T18:53:33+01:00 4-2-2024 6:00|Punto e Virgola|0 Commenti
L’ultimo episodio è forse anche il più clamoroso. Beniamino Zuncheddu è stato assolto ed è tornato libero dopo aver trascorso in carcere 33 anni della sua vita. Era stato accusato di omicidio e condannato all’ergastolo per la cosiddetta strage del Sinnai (Cagliari), avvenuta l’8 gennaio 1991 nella quale vennero uccisi tre pastori. La decisione è stata presa dai giudici della Corte d’Appello di Roma al termine del processo di revisione. L’ex allevatore sardo è stato assolto con formula piena per non aver commesso il fatto, come richiesto dal Procuratore generale Francesco Piantoni che, nel corso della requisitoria, ha ricostruito trent’anni di vicenda giudiziaria ponendo al centro del suo lungo intervento la credibilità di Luigi Pinna, oggi 62 anni e unico superstite della strage in cui furono uccisi a colpi di fucile, all’interno di un ovile, Gesuino Fadda (56 anni), il figlio Giuseppe (24) e Ignazio Pusceddu (55), che lavorava alle dipendenze dei due.
“In questa vicenda ci sono menzogne durate 30 anni”, ha bombardato senza pietà il rappresentante dell’accusa. Il riferimento è al supertestimone Pinna che nel febbraio di quell’anno indicò Zuncheddu, che era stato fermato dalle forze dell’ordine ma che si era dichiarato da subito innocente, come il killer del Sinnai. Un’accusa arrivata dopo che nell’immediatezza dei fatti lo stesso Pinna aveva sostenuto di non potere riconoscere l’autore degli omicidi perché aveva il viso travisato da una calza. Nel corso del processo di revisione è arrivato il colpo di scena. In una drammatica testimonianza, Luigi Pinna ha affermato che nel febbraio di 33 anni fa, prima “di effettuare il riconoscimento dei sospettati, l’agente di polizia che conduceva le indagini mi mostrò la foto di Zuncheddu e mi disse che il colpevole della strage era lui. È andata così: ho sbagliato a dare ascolto alla persona sbagliata”. La strage si consumò in pochi minuti: il killer arrivò a Cuile is Coccus a Sinnai a bordo di uno scooter e uccise prima Gesuino Fassa, che si trovava nella strada di accesso all’ovile, per poi risalire in direzione del recinto di bestiame per fare fuoco in direzione del figlio Giuseppe. Pusceddu fu invece ucciso mentre si trovava all’interno di una baracca assieme a Pinna.

Nella requisitoria, riferendosi a Pinna, Piantoni non ha usato mezzi termini: “L’attendibilità di Pinna ha rappresentato il fulcro per la condanna al carcere a vita per Zuncheddu, ma lui non ha visto adeguatamente Beniamino e ha mentito per 30 anni”. Il Pg ha fatto poi riferimenti all’eventuale movente e all’alibi dell’imputato tornando anche all’attività di indagine svolta dopo il massacro. All’epoca gli inquirenti puntarono dal primo momento su dissidi tra gli allevatori della zona e in particolare tra la famiglia Fadda e quella degli Zuncheddu, originaria di Burcei, che gestivano un altro ovile. La polizia imboccò questa pista alla luce di alcuni episodi che si erano verificati prima della strage, in particolare l’uccisione di alcuni capi di bestiame e cani nonché le liti da ciò scaturite tra gli allevatori.

Beniamino Zuncheddu da giovane

“È la fine di un incubo”, ha detto tra le lacrime Zuncheddu dopo la sentenza, accolta in aula da un lungo applauso. All’epoca Beniamino aveva 27 anni, venne fermato dopo pochi giorni e iniziò per lui un calvario giudiziario la cui parola fine è arrivata qualche settimana fa. Dopo 33 anni. “Beniamino non meritava ciò che ha subito: è una persona incredibile che ha vissuto sulla sua pelle un’ingiustizia enorme, ma che ha sempre avuto fiducia nel fatto che prima o poi la verità sarebbe venuta a galla – interviene l’avvocato Mauro Trogu, difensore di Zuncheddu -. Abbiamo studiato tanto con i consulenti che mi hanno supportato, ci siamo convinti nell’intimo della sua innocenza. Le carte parlavano di prove a carico assolutamente contraddittorie; le indagini difensive hanno dimostrato la falsità di quelle prove a carico e rimanevano solo quelle a discarico. E poi perché abbiamo conosciuto Beniamino”.

Zuncheddu con l’avvocato Mauro Trogu

E’ andata relativamente meglio a due cittadini stranieri regolari (un bangladese di 35 anni e un cinese di 53) arrestati per sbaglio, in esecuzione di condanne definitive, e innocenti in cella al posto dei “veri” condannati: è successo a Milano, dove nel giro di 21 giorni ci sono stati ben due scambi di persona, dovuti a errori nei codici identificativi. Il bangladese, prima di tornare libero, è rimasto in cella ingiustamente per ben quattro mesi, mentre il cinese “soltanto” quattro giorni. Il 20 ottobre 2023 un 35enne del Bangladesh, con permesso di soggiorno e casa in affitto, viene arrestato mentre sta lavorando in un ristorante del centro di Milano. Deve scontare tre anni per rissa aggravata (con morto) nel 2020. Peccato che lui sia totalmente estraneo alla vicenda. Era stato un suo connazionale che, al momento dell’arresto, aveva dato le generalità dell’ignaro 35enne. Quindi il cosiddetto “Cui – Codice univoco identificativo”, ossia la stringa alfanumerica assegnata al fotosegnalamento e alle impronte digitali di uno straniero, è risultata a monte sbagliata. Ci sono voluti 4 mesi per arrivare alla verità. Liberato il 24 gennaio, intanto, il bangladese è rimasto senza lavoro. 

 

Il 53enne cinese, regolare in Italia, è stato invece arrestato mentre era in procinto di partire da Malpensa per andare a trovare la famiglia. E’ il 5 gennaio, appena un mese fa. Gli dicono che deve scontare un anno e quattro mesi per ricettazione di telefonini contraffatti con una società di Milano nel 2013. In realtà si tratta di uno scambio di persona, che verrà poi scoperto da un agente di polizia penitenziaria del carcere di Busto Arsizio. Il permesso di soggiorno del 53enne cinese, infatti, risulta rilasciato nel 2016 dalla Questura di Alessandria, anziché (come il suo omonimo e vero condannato) nel 2009 da quella di Milano. Dopo quattro giorni, l’uomo torna libero.

La sintesi è presto fatta: gli errori giudiziari ci sono sempre stati e, purtroppo, sempre ci saranno. La giustizia spesso (non sempre) riesce a correggersi, come nel caso dei due extracomunitari arrestati e detenuti per errore a Milano, ma nella vicenda di Zuncheddu ciò non è avvenuto perché ci sono voluti 33 anni per arrivare a cancellare le tre sentenze che avevano costretto il pastore sardo al carcere a vita. Nella sua cella, Beniamino non solo ha continuato a proclamarsi innocente e non ha mai perso la fiducia che il suo calvario terminasse con una sacrosanta assoluzione, ma anziché abbandonarsi alla disperazione ha avuto un comportamento esemplare, lavorando nell’orto e nella falegnameria della casa circondariale e dando anche una mano agli altri reclusi. “Adesso che sono a casa mia sto bene”, dice Zuncheddu che svela di aver chiesto più volte un incontro con il suo accusatore senza però ottenere mai un confronto diretto: “L’ho visto in tribunale alla revisione del processo; anche lui è una povera vittima non una, ma due volte”, spiega l’ex allevatore sardo, oggi 60enne. Che poi aggiunge: “L’ho perdonato ugualmente”.

Buona domenica.

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