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Mazzone, no al calcio senza cuore e ideali

di | 2023-08-27T08:28:39+02:00 27-8-2023 5:10|Personaggi, Sezione 3|0 Commenti

Nel giorno in cui il campionato torna, Carletto Mazzone va. Si congeda perché gli uomini come lui hanno un senso del destino. Mazzone non aveva niente per piacere al pallone che oggi rimbalza sbilenco perché tronfio di eccessi. Lui è stato il passato, lo ha rappresentato per intero: con orgoglio, con dignità, con passione. E ieri è stato come avesse deciso di riprendersi il suo tempo. Di fare notizia proprio nel giorno in cui il calcio si rimette in moto.

Aveva 86 anni il decano degli allenatori italiani. Ma quelli come lui, in realtà, non hanno età e non importa se muoiono. Domani sarà lo stesso Mazzone di ieri, la stessa immagine, lo stesso simbolo, la stessa forza. Quelli come Mazzone rappresentano il trionfo della genuinità, di quell’astuzia un po’ goffa che sembra solo buon senso e invece è vita. Quelli come Mazzone mettono il sogno davanti a tutto e credono sia normale farlo. Non fanno sforzi per assecondarlo e non si meravigliano quando diventa realtà. Annate, partite, gioia, sofferenza. E scoperte, affari, vittorie, tonfi, aneddoti, innamoramenti, furbate.

Carletto Mazzone è stato tanto calcio: 1278 volte in panchina, 795 delle quali in serie A. Nella massima serie riuscì a portare anche il Lecce (seconda promozione nella storia del club), raggiungendo l’anno dopo – stagione 1988/1989 – un indimenticato e mai superato nono posto. Nessuno più (e forse meglio) di lui. Ma ciò che lo contraddistingue è la sua diversità. Il suo essere unico, quasi irripetibile. Il suo venire dal nulla e il suo andare incontro al tutto, mettendo insieme esperienza, mestiere, trovate, intuizioni. Il suo inventarsi personaggio. Il suo imporsi sorprendente. Qualcosa di irresistibile, come una mareggiata improvvisa. Mazzone è stato un Forrest Gump del pallone: la vera differenza era nell’anima.

Chi l’ha conosciuto, racconta di un uomo che non ha mai smesso un momento di avere nostalgia del futuro. Era tutto spigoli e talento oscuro. Si capiva dopo che aveva quasi sempre ragione lui. Ha fatto calcio con cervello e cuore, in quest’ordine, facendo spesso coincidere la ragione e il sentimento. Mazzone era la forza della volontà, il senso e il gusto della fatica. Poco azzardo, molto calcolo. Sapeva che non c’è ricompensa, senza sudore. Glielo aveva insegnato la vita. Pensiamo che con lui finisca una «specie» di uomini. Uomini dalle spalle larghe come le vedute. Mazzone è stato il massimo del normale. Capace di deviare il destino (non solo il suo) solo perché gli sembrava giusto farlo. Difficile che si riaffaccino uomini così. Difficile che spuntino fiori dal fango del nuovo calcio, quello dei petroldollari, delle plusvalenze e dei conti truccati. Un calcio senza cuore e privo di ideali.

A Sor Carletto non poteva piacere.

Lorenzo D’Alò

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