ROMA – Passando sul lungotevere a Roma, provenendo da Ponte Sisto e percorrendo Via dei Pettinari (una via stretta, tra l’altro non tanto facile da trovare), si incontra la chiesa di San Salvatore in Onda, nel rione Regola (il settimo della Capitale), dove è sepolta nella navata laterale a destra, “Mamma Sanna”, come viene affettuosamente chiamata. Quello che colpisce è come come fedeli e devoti, provenienti da ogni parte del mondo, si fermino a pregare davanti alla sua tomba lasciando sul libro firme lunghi messaggi per ringraziarla, per affidarle le proprie pene, per confidarsi con questa “mamma beata”, che considerano come una di famiglia. Fiori e lumini adornano questo angolo della chiesa in onore di Elisabetta Sanna, madre di cinque figli (altri due morirono poco dopo la nascita), beatificata il 17 settembre 2016, dal cardinale Angelo Amato, allora prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, nella Basilica della Santissima Trinità di Saccargia, comune di Codrongianos, in provincia di Sassari.

Mamma Sanna
Una donna vissuta a cavallo tra il 1700 ed il 1800 che, dopo aver perso il marito, diventa terziaria professa dell’Ordine dei Minimi di San Francesco, del Sodalizio dell’Unione dell’Apostolato Cattolico fondato da San Vincenzo Pallotti. Eppure è una figura di grande attualità, amata e pregata dai suoi devoti, che viveva in un piccolo centro della Sardegna, in una famiglia in cui la preghiera insieme a casa era molto importante, come la partecipazione alle funzioni religiose e l’aiuto verso i poveri, che diventa un punto di riferimento in questi tempi, per generazioni di persone. Elisabetta visse 43 anni all’ombra della basilica della Santissima Trinità di Saccargia, partecipando assiduamente alle celebrazioni eucaristiche.
Nasce a Codrongianos il 23 aprile 1788, ad appena tre mesi viene colpita dal vaiolo, che le lascerà le braccia e le articolazioni notevolmente irrigidite, praticamente inservibili. Eppure, impara a sopportare questa menomazione, accettandola senza mai lamentarsi, svolgendo le faccende domestiche, sempre in ordine e pulita. Non può sollevare le braccia, ma soltanto muovere i polsi e le dita. Non riesce ad accostare il cibo alla bocca, né lavarsi, eppure impasta il pane. Nonostante la disabilità, si prodiga amorevolmente per la famiglia, tanto che il marito Antonio Porcu soleva ripetere: “Mia moglie non è come le vostre, è una santa!”. La santità del quotidiano, in una giovane donna analfabeta che si impegna a fare la catechista, prepara i suoi figli alla Confessione ed alla Comunione, trasmettendo loro l’amore verso Gesù, con molta dolcezza. La sua casa è aperta a tutte le donne che vogliono imparare le preghiere e così viene chiamata “sa monza”, la monaca.
Nel 1855, rimasta vedova, Elisabetta decide di fare voto di perpetua castità e incoraggiata dal predicatore quaresimale, decide di andare in Terra Santa, nei luoghi dove Gesù nacque e venne crocefisso, purtroppo sapendo di lasciare i suoi figli Luigi Maria (23 anni), Salvatore Sebastiano (20), Paola Maria (16), Maria Domenica (12) e Giuseppe Luigi (9), sotto la custodia di sua madre e di suo fratello, il sacerdote don Luigi. Si imbarca da Porto Torres per la Palestina con il padre confessore don Giuseppe Valle. Una burrasca costringe la nave a una fermata forzata a Genova e da lì, per problemi di visto, si sposta a Roma. A causa del faticoso viaggio i suoi problemi di salute si aggravano e quindi è costretta a rimanere nella capitale fino alla sua morte.
Alloggia in due stanzette di fronte alla chiesa di Santo Spirito in Sassia, vicino alla basilica di San Pietro, vive come una eremita a Roma, nel centro della cristianità, pellegrinando nelle chiese per adorare Gesù Sacramentato, invitando gli altri a partecipare. Ed è proprio nella chiesa di sant’Agostino, che incontra don Vincenzo Pallotti, il fondatore della Società dell’Apostolato Cattolico, canonizzato da San Giovanni XXIII, nel gennaio 1963. Diventa il suo “confessore e direttore”, come risulta da verbale della causa di canonizzazione di Pallotti. Incoraggiata dal sacerdote, diventa terziara francescana e dopo aver donato tutto ciò che possiede ai figli, decide di vivere in assoluta povertà. Si reca a visitare i malati nelle loro case e negli ospedali, particolarmente a San Giacomo degli Incurabili, senza tener conto di pioggia, freddo o vento, si prodiga per sedare discordie nelle famiglie. 
Alla morte di don Pallotti, nel 1850, Elisabetta Sanna continua il suo operato conquistando il cuore dei romani che la chiamano la “santa di San Pietro”. Consumata dall’artrite sempre più avanzata e dalle innumerevoli penitenze alle quali si sottoponeva, muore il 17 febbraio 1857. “Santa subito” esclamano i romani ed infatti appena quattro mesi dopo, inizia il processo di canonizzazione che però si ferma per quasi 160 anni, per poi riprendere dopo il ritrovamento di alcuni documenti di un secolo prima. Elisabetta Sanna è invocata in ogni parte del mondo, tanto che nel 2014 viene riconosciuto l’esercizio eroico delle virtù e quindi è dichiarata Venerabile. Ma per permettere il culto per un servo di Dio, secondo la Chiesa è importante che si verifichi un fatto di natura miracolosa, ovvero umanamente inspiegabile ed ottenuto dopo preghiere rivolte al Signore, per intercessione del venerabile.
Ed è proprio il 18 maggio 2008 a Niteroi, in Brasile, che una donna di 31 anni, Susana Correia da Conceiacão, durante la preghiera nella cappella del Santissimo Sacramento della chiesa parrocchiale appoggiata con il braccio malato all’altare, avverte un formicolio e inizia a muoverlo scoprendo così di essere in grado di stendere la mano e compiere normali gesti come tutti. È questo il miracolo che viene certificato come guarigione dal dottor Walter Meohas, che successivamente la consulta medica vaticana diagnosticando la malattia come distrofia dell’avambraccio destro con grave impotenza funzionale, constata che la guarigione è “istantanea completa, duratura e non spiegabile scientificamente”.
Laura Ciulli
Nell’immagine di copertina, la chiesa di San Salvatore in Onda a Roma, dove è sepolta “Mamma Sanna”

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