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FACE ARTS

di | 2019-10-22T21:04:35+02:00 22-10-2019 21:04|Alboscuole|0 Commenti

Di fronte a qualcosa di sconosciuto, le reazioni principali sono solitamente due: attrazione o repulsione. Nella società moderna, dunque, quale di questi due sentimenti opposti scatena l’arte? Oppure, molto più superficialmente, essa si limita ad intrattenere? Direi proprio di sì, poiché, sebbene si faccia strada tra le home page di Facebook o i vari feed di Instagram, essa è ricoperta da così tanti filtri che, scorrendo col dito sul nostro cellulare, ci abbaglia quel tanto che basta per farci pensare “Beh, sì, questo lo reposto perché è proprio figo”, e poi la sostituiamo nell’arco di un secondo con un nuovo post. Quando però questi filtri vengono meno, prendendo in considerazione soprattutto l’arte contemporanea, appunto, o ci si innamora delle opere o le si odia, come l’80% della popolazione italiana ripudia quell’enorme americanata che è l’ananas sulla pizza: ma l’avete almeno assaggiata?

We should try it, FACE it. Appunto, provarla, affrontarla, che poi, magari, ci piace pure.

A tal proposito la dott.ssa Mary Sperti, nell’ormai lontano 2012, decide di dar il via ad un progetto su FACEbook chiamato per questo “FACE’ Arts”, all’interno del quale si propone di SELEZIONARE artisti provenienti da tutto il mondo in base a qualità, tecnica ed opere, in modo da dar loro la possibilità di esporre i propri lavori in contesti di un certo livello, di AFFACCIARSI al mercato dell’arte; difatti, il progetto vanta un bacino vasto ed interessante, che include Ascoli Piceno, Verona, Bologna ed anche la nostra Conversano, tra la Chiesa di San Giuseppe ed il famoso Castello.

E qui arrivo a noi, che ancora stiamo cercando di metabolizzare il fatto che da un momento all’altro ci siamo ritrovati in quinta e dobbiamo affrontare gli esami di stato; le nostre facce nel momento in cui ce ne siamo resi conto, quelle sì che sarebbero state da esposizione. Ad ogni modo, la V B del Liceo Simone-Morea si è ritrovata sperimentare questa mostra, nell’ambito delle attività di accoglienza; alcuni già scettici ancor prima di partecipare, e tra questi mi ci metto anche io, non perché disdegni completamente l’arte contemporanea, anzi; però, mi è capitato sovente di ritrovarmi davanti a lavori che, con la scusa di avere un significato, mancano totalmente di tutto il resto e l’arte non è solo un bel messaggio, ma anche tutto il contorno, che ai minimalisti piace tanto rimuovere al giorno d’oggi.

La prima tappa è stata la Chiesa di San Giuseppe, dove è stata allestita la parte più breve della mostra, ospitante tre soli artisti, tra cui la stessa dott.ssa Sperti, la quale ha presentato dei quadri/scultura: la contemporaneità si declina nell’uso dei materiali edili, che si ripiegano e deformano nelle cicatrici dell’animo e, come esso, cambiano colore. Questi “squarci” (contrastanti per quanto riguarda il loro significato e i materiali usati per la realizzazione), certamente ispirati ai “tagli” di Fontana, per via della loro natura scultorea, consentono anche ai non vedenti di essere percepiti: essi, infatti, approfondiscono l’animo umano attraverso materiali “barriera”, che li appesantiscono e ricoprono. Un po’ come i lavori, esposti al centro della sala, dell’odontotecnico Paolo Miceli, il quale, grazie all’utilizzo del rame fuso (ed in un caso unico pezzetti di legno e colla), ci propone delle maschere ispirate a quelle create per i feriti di guerra col volto deturpato. La dott.ssa Sperti spiega come esse siano completamente vuote all’interno, a sottolineare la superficialità dell’apparenza che l’artista voleva porre in risalto, in maniera distruttiva. Poi, a me pare che le opere esplodano dentro, in guerra,  e il volto della figura umana, senza vergogna, anzi, con orgoglio, si mostra allo spettatore: raccoglie ciò che gli è rimasto e lotta.

Come tutti, ogni giorno.

Sulla sinistra, invece, lo studio di un progressivo alleggerimento compiuto da un artista astratto, Dionisio Todeschi che, con le sue pennellate “piumeggianti”, ingombra il quadro; andando avanti, esse diminuiscono in quantità sempre più, finché non ne rimane una sola.

Proseguendo la mostra nel Castello, il ventaglio di varietà delle opere si allarga ancor più, partendo dalla fotografia. In un primo esempio di scatto, intitolato “Borderline”, i soggetti sono migranti immortalati ad un confine, semplicemente. Un altro fotografo, Luigi Cataldi, predilige particolari di statue di altri artisti famosi, riducendo il divario tra tipi d’arte differenti. Oppure, il quadro può trasformarsi in una fotografia (o apparire tale): una tecnica tanto comune quanto antica, come quella della pittura ad olio, è l’ideale, specie nel caso dei quadri di un pittore che ama dipingere figure femminili sott’acqua. La stanza adibita all’esposizione di questi tre artisti è un perfetto esempio di cosa significhino i termini “sintesi” ed “impatto”:  il contrasto delle luci degli skyline del primo fotografo, i minuziosi dettagli delle sculture catturate nelle foto del secondo e il dinamismo dei corpi fluttuanti nel fondale marino delle ragazze di Luise Gandon (nonché i giochi di luce che rivestono i loro corpi), sono in grado di catturare in un solo sguardo l’attenzione dello spettatore.

La visita prosegue attraverso altri artefatti contemporanei, tra cui paesaggi rivestiti di seta ed un bellissimo studio dei corpi da parte di vari artisti: uno dell’austriaca Susi Turriziani, la quale adopera la tricromia per rappresentare corpi di donne evanescenti, non complete nei dettagli, come se fossero in continua evoluzione e/o movimento, ed un altro di un pittore che limita la scelta dei soggetti a uomini e donne dio una certa età, in qualche modo “intrappolati”, sia dai loro corpi che dalle dimensioni soffocanti della tela che li ospita; molto d’impatto è uno dei due dipinti esposti, raffigurante un anziano signore, costretto in una claustrofobica tela.

Come accennato sopra parlando del mix di arte/lavoro, al giorno d’oggi bisogna sapersi destreggiare all’interno dei vari mercati per vivere di essa. La dott.ssa Sperti comincia spiegando come si valuta un’opera: tipologia di artista, percorso espositivo, presenza all’interno di cataloghi, precedente quotazione, vendite. Tutti questi fattori sommati ci danno un coefficiente da attribuire all’artista: si pensi che quello di Caravaggio sarebbe pari a soli 7/10; prezzo e valore non sempre coincidono.

Per stabilire il prezzo di un’opera, si adoperano tre criteri, familiari a coloro che sono nel “giro”:

1. Qualità del lavoro;

2. Reputazione dell’artista;

3. Una precisa formula matematica universale:

[(base opera + altezza opera) x coefficiente artista)] x 10

La cifra che esercita più peso è giustamente il coefficiente (deciso tramite accordi col proprio gallerista, sulla base del curriculum vitae: mostre, premi, musei e pubblicazioni).

Quindi, al contrario di quello che si potrebbe credere, il prezzo non dipende semplicemente dal rapporto domanda/offerta. Una variazione non indifferente è data anche dal medium utilizzato: il prezzo dato dalla formula matematica, infatti, qualora l’opera non dovesse essere realizzata su carta, viene scontato del 40%. Esso varia anche in base alla possibilità che esistano multipli, alcuni dei quali valgono più di altri, ad esempio il multiplo numero 2 vale di più del numero 34. O anche, esso è correlato ad altri fattori: la presenza di un certificato di archiviazione attendibile, la pubblicazione sul catalogo ragionato dell’artista, la presenza di falsi accertati o la morte dell’artista.

Uno degli ultimi artisti che abbiamo avuto la possibilità di ammirare, messicano di origine, produce opere astratte, le quali, però, finiscono col suggerire sorprendentemente delle immagini involontarie anche abbastanza chiare: ad esempio, poco prima della triste diagnosi di un cancro alla gamba, egli si esprime su una tela color terra con pennellate corvine: quello che ne vien fuori è l’involontaria figura di un uomo vagante, ricurvo su se stesso, intralciato da un rigonfiamento alla sua gamba sinistra. Sicuramente, questa è l’opera che più di tutte ha lasciato un segno in noi osservatori. Questa è la dimostrazione pratica di come il coefficiente schizzi con la morte dell’artista: da una base di 1800 euro, dopo il triste evento, la cifra è raddoppiata.

Non c’è niente di più realmente vicino a noi dell’arte; se a volte essa può sembrare lontana, in realtà i numerosi collegamenti con l’ambito economico, culturale, umano ce la rendono familiare e quotidiana.

ALBERTO RANIERI, VB LC

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