Ci troviamo nel 1932 in Mississippi, negli anni oscuri degli Stati Uniti, dove i bianchi sono padroni del mondo ed i neri sono ridotti a niente. Due fratelli gemelli, Elijah “Smoke” ed Elias “Stack” Moore, tornano nella loro città natale per cercare un nuovo inizio nel Mississippi, dopo anni trascorsi lontano da casa. I due fratelli decidono di comprare un terreno per poterlo trasformare in un locale musicale: un juke joint dove solo la comunità locale nera sarebbe potuta entrare. Il giorno dell’apertura, però, si trasformerà in un incubo per tutti. Il film ha ottenuto un enorme riconoscimento negli Stati Uniti e nel mondo, diventando la pellicola con più nomination nella storia degli Oscar, ben16. Tra le categorie importanti è doveroso menzionare quella per il miglior film, la miglior regia e il miglior attore protagonista. Inoltre, Sinners ha vinto anche 2 Golden Globe e ha riscosso ampia attenzione critica con opinioni contrastanti su alcuni aspetti del film. Nonostante ciò, è uno dei film più criticati di quest’anno. Perché? Sinners, secondo le critiche è troppo caotico, secondo alcuni critici il regista Ryan Coogler ha voluto parlare di tanti argomenti importanti senza però concentrarsi su nessuno di essi al 100%: il folklore africano, la storia razziale americana, la libertà invocata dai neri, l’importanza degli antenati, il potere della musica, il tutto mischiato ad un aspetto horror e pulp che crea confusione e insoddisfazione nella persona che osserva. Il film potrebbe essere una grande genialata oppure un grandissimo flop. Volevate un film nuovo ed eccolo! È un film non solo ben pensato ma anche incredibilmente studiato. È un film in cui il tema principale è la comunità, la comunità che deriva dalla religione, dai pregiudizi razziali, dall’amore condiviso per la musica, dalle credenze culturali condivise, dalle relazioni. Questa comunità non è solo uno sfondo narrativo, ma diventa il vero cuore pulsante del film. Ogni personaggio, anche il più marginale, rappresenta dolore, resistenza e speranza. Il Juke joint non è semplicemente un locale, è un rifugio, un luogo sacro dove la musica diventa linguaggio universale e atto di ribellione, dove per una notte si può dimenticare il peso delle catene invisibili imposte dalla società bianca. La musica blues assume un ruolo quasi mistico. Non è solo intrattenimento, ma memoria storica, richiamo degli antenati, grido di libertà. Attraverso le note, i personaggi comunicano con il passato e con il soprannaturale, rompendo i confini tra vita e morte, tra reale e spirituale. Ryan Coogler costruisce un film difficile, che richiede attenzione e pazienza. Non offre risposte semplici né una narrazione lineare rassicurante. Costringe lo spettatore a perdersi, a sentirsi a disagio, a confrontarsi con il caos, perché il caos è parte integrante dell’esperienza che racconta. La confusione di cui parlano alcuni critici potrebbe non essere un difetto, ma una scelta precisa. I fratelli Smoke e Stack incarnano due modi diversi di reagire a questo mondo. Uno più spirituale, legato alle radici e alla tradizione, l’altro più pragmatico e disilluso. Il loro rapporto rappresenta la comunità nera dell’epoca, divisa tra il desiderio di integrazione e il bisogno di preservare la propria identità. Il film non cerca di piacere a tutti, e probabilmente non vuole farlo. È un’opera imperfetta e ambiziosa, e proprio per questo umana. Un film che osa, che rischia, che sbaglia anche, ma che lascia il segno dopo averlo visto. In un panorama cinematografico sempre più uniforme, forse è proprio questo il suo più grande merito.
