MILANO – Ci sono città che portano i propri grandi nomi con discrezione, quasi per non appesantire il presente con un passato troppo illustre. Como è una di queste. Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane erano comaschi. Paolo Giovio, storico del Cinquecento e fondatore del primo museo moderno d’Europa, era comasco. Alessandro Volta — quello della pila, quello a cui l’unità di misura della tensione elettrica deve il nome — era comasco. Quattro figure che hanno cambiato, in modo diverso, il modo in cui il mondo si conosce: un enciclopedista che ha catalogato la natura intera, un epistolografo che ha lasciato il ritratto più vivo dell’Italia imperiale, uno storico che ha inventato il concetto stesso di museo, un fisico che ha aperto la strada all’era dell’elettricità. Che tutto questo venga da una città sul lago di poco più di ottantamila abitanti è qualcosa che meriterebbe più attenzione di quanta normalmente non riceva. 
È da questa consapevolezza che nasce Vis Comensis, lo spazio museale multimediale inaugurato dalla Fondazione Alessandro Volta in collaborazione con l’Accademia Pliniana, nell’ambito del programma Make Como con il sostegno di Fondazione Cariplo e Regione Lombardia. Il museo si trova in via Cesare Cantù 57, nel centro storico, sotto il colonnato del Liceo Alessandro Volta — un edificio che dal XIX secolo è sede del più antico liceo cittadino, e che già nella sua collocazione dice qualcosa sul rapporto che questa città ha con la propria storia. Non un edificio appositamente costruito, non uno spazio neutro: un luogo che porta già con sé una stratificazione, e dentro cui le installazioni dialogano con le pietre anziché ignorarle.
Il percorso si articola in tre sale. La prima, la Sala dei Savi, è il cuore del museo: è qui che si incontrano i quattro protagonisti — Plinio il Vecchio, Plinio il Giovane, Paolo Giovio e Alessandro Volta — attraverso videoinstallazioni realizzate da Kaos Produzioni, gruppo di ricerca artistica specializzato in progetti multimediali e scenici. Lo spazio è scuro e avvolgente, pensato per immergere il visitatore piuttosto che per informarlo a distanza. Non ci sono didascalie da leggere in piedi davanti a una teca: ci sono proiezioni, suoni, narrazioni visive che costruiscono un ambiente in cui la storia si percepisce prima ancora di essere compresa. La seconda sala, chiamata Sala delle Meraviglie in rimando all’antico nome della contrada in cui sorge il museo, amplifica questa dimensione con proiezioni e audio dedicati al mondo ideale dei quattro personaggi (la natura catalogata di Plinio il Vecchio, le lettere di Plinio il Giovane, la raccolta di ritratti di Giovio, gli esperimenti di Volta). La terza sala ospita allestimenti temporanei, dedicati in modo particolare alle figure femminili della storia comasca. 
È proprio questa terza sala la novità più recente. Vis Comensis ha appena riaperto con un nuovo allestimento dedicato a sei donne che hanno lasciato un segno nella vita culturale, scientifica e civile del territorio: Teresa Ciceri Castiglioni, Candida Lena Perpenti, Giuditta Pasta, Giuseppina Perlasca Bonizzoni, Carla Badiali e Ines Figini. Nomi che la storia locale conosce, ma che raramente entrano nei circuiti della memoria condivisa: quella che si trasmette nelle scuole, che si trova sui libri, che si cita nelle conversazioni. La scelta di dedicare a queste figure uno spazio immersivo e multimediale, con un’app per smartphone collegata alle installazioni, è anche una scelta storiografica precisa: restituire visibilità a un patrimonio che esiste, ma che non è mai stato abbastanza raccontato.
Vale la pena soffermarsi su cosa significa, oggi, costruire un museo di questo tipo. La museologia degli ultimi decenni ha progressivamente abbandonato il modello del contenitore (la teca, la didascalia, il percorso ordinato) per sperimentare forme di narrazione che coinvolgano il visitatore in modo più diretto. Ma tra il museo tradizionale e l’esperienza immersiva esiste uno spazio intermedio, spesso occupato male: quello in cui la tecnologia diventa il fine invece che il mezzo, in cui la spettacolarità sostituisce la sostanza, in cui si esce dallo schermo con molte immagini in testa e poca comprensione. Vis Comensis sembra muoversi in una direzione diversa: la cura dei contenuti scientifici — affidata al direttore scientifico Massimiliano Mondelli, con la collaborazione di storici e ricercatori — suggerisce un’attenzione alla qualità del racconto che non si accontenta dell’effetto visivo.
C’è anche una riflessione più larga che questo museo invita a fare, e che riguarda il rapporto tra i territori e la loro memoria. Como non è una città marginale: è una destinazione turistica tra le più frequentate d’Italia, con un lago che attira visitatori da tutto il mondo. Eppure la storia intellettuale e scientifica che ha prodotto — quella storia che va da Plinio il Vecchio nel primo secolo dopo Cristo fino ad Alessandro Volta nel Settecento, attraverso Paolo Giovio nel Rinascimento — è quasi sempre sullo sfondo, meno visibile del lungolago, meno nota delle ville. Vis Comensis è un tentativo di portarla in primo piano, di renderla accessibile non solo agli specialisti ma a chiunque entri in quello spazio sotto il colonnato del Volta. Di far capire che quella città sul lago non è solo bella: è stata, per secoli, un posto in cui il mondo veniva pensato.
Il nome stesso del progetto dice qualcosa di preciso su questa ambizione. Vis Comensis — la forza di Como, potrebbe tradursi, o meglio ancora la potenza comasca — non è un titolo modesto. È la dichiarazione di un’identità che non chiede permesso: quattro secoli di pensiero, di scienza, di scrittura, di curiosità del mondo, nati sulle rive dello stesso lago. Un museo che porta questo nome non si limita a conservare: prende posizione. Dice che quella storia ha ancora qualcosa da dire, che vale la pena raccontarla con gli strumenti del presente, che la memoria non è un archivio ma una conversazione che continua. Sotto il colonnato di un liceo che porta il nome di uno di quei quattro Savi, la conversazione è appena ricominciata.
Ivana Tuzi

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