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Viola Hatch, la leader dei Cheyenne Arapaho

di | 2026-01-02T00:12:17+01:00 4-1-2026 0:10|Personaggi, Sezione 3|0 Commenti

ROCCA SINIBALDA (Rieti) – Nel giorno dell’anniversario del massacro di Wounded Knee (29 dicembre 1890) il comune di Rocca Sinibalda (nel Reatino) ha reso omaggio alla memoria di Viola Sutton Hatch (12 febbraio 1930 – 22 aprile 2019) “leader Arapaho, presidente della tribù Cheyenne Arapaho dell’Oklahoma, rappresentante dell’American Indian Movement e simbolo del ruolo delle donne nella difesa della terra e dei diritti del proprio popolo”, scoprendo una targa commemorativa all’ingresso della sede comunale. Già l’11 e 12 ottobre scorsi nella sala consiliare si era svolto un convegno dell’Healing and Freedom Movement, con la partecipazione del figlio di Viola, Donald Buddy Hatch.

Viola Sutton Hatch

In quell’occasione era nata l’idea di una targa commemorativa. Il viaggio in Italia di Buddy è stato autofinanziato dal movimento, con la partecipazione anche del gruppo di Bussoleno. Il progetto del movimento, ideato da Sibilla Drisaldi e Donald Buddy Hatch, racconta il cammino di libertà e resistenza dei popoli indigeni degli Stati Uniti, in particolare della Cheyenne and Arapaho Tribe dell’Oklahoma, attraverso immagini, oggetti tradizionali, musiche e testimonianze, vissute in prima persona accanto alla madre, per la conquista dei diritti delle minoranze, la difesa degli emarginati.

Da sinistra, il sindaco di Rocca Sinibalda Stefano Micheli, Donald Buddy Hatch, la consigliera Rosella Bianchi

Viola Hatch è stata una delle più coraggiose leader dell’American Indian Movement, accanto a personaggi come Leonard Peltier, Russell Means e Dennis Banks, Carter Camp. La mostra allestita per l’occasione comprendeva un’opera di Leonard Peltier, grande leader nativo americano, che dopo quasi cinquant’anni di ingiusta detenzione (oggi agli arresti domiciliari), è simbolo universale di resistenza e dignità. L’incontro è stato un momento di dialogo e condivisione per approfondire e conoscere le testimonianze dei protagonisti. Promotrice della iniziativa è stata la consigliera di minoranza Rosella Bianchi, con la piena adesione del sindaco Stefano Micheli.

La targa ha un significato importante, quello della lotta per i diritti, l’autodeterminazione dei popoli, la loro “resistenza”’, che ancora continua. Alla sua memoria vengono anche piantati alberi. Da Rocca Sinibalda parte un messaggio di pace e di rispetto delle minoranze in tutto il mondo. “Il significato è più grande di quanto si possa pensare – commenta Sibilla Drisaldi – lo porteremo negli Usa agli attivisti, come segno di speranza, incoraggiamento, condivisione, riconoscimento delle lotte fatte e da fare”. Dopo aver ricordato la madre e la sua umiltà (“Non si aspettava targhe o riconoscimenti, ha sempre lottato, anche per il diritto di portare i capelli lunghi e le trecce, come le porto io”), Donald Buddy ha celebrato i riti sacri: lasciare del tabacco, bruciare foglie di salvia e un pezzo di carne di bufalo: “Noi ci siamo e non ce ne andremo, la storia la scrivono i vincitori, non siamo mai stati in guerra tra di noi, vogliamo solo mantenere la nostra cultura e i nostri riti, non vogliamo fare un ‘melting pot’ culturale come vorrebbero”.

Sibilla Drisaldi

Resistere per esistere perché “piume e capelli sono un simbolo della nostra cultura, non vogliamo amalgamarci, mi fa bene parlarne con più persone possibili in tutto il mondo, perché pochi sanno la verità. Rocca Sinibalda è immersa nei boschi, nella natura che ci appartiene, mi piace”. Le emozioni non sono finite: Vincenzo Alibrandi ha eseguito con il tamburo a mano canti tradizionali: “solo la terra dura” dei Sioux e un canto di guerra (sono vocalizzi, senza parole, solo i capi possono pronunciarle), un canto di caccia all’orso dei Naskapi (popoli indigeni del Canada, parte del più ampio gruppo Innu), la danza del grano (mais) dei Cayuga (Popolo della Grande Palude), il canto della molitura dei Navajo (il popolo più numeroso), una ninna nanna degli Zuni del New Mexico (dormi che le pecore sono rientrate), il canto della cerimonia della danza del sole dei Sioux, anche questa senza parole, perché riservate ai capi.

Vincenzo Alibrandi

Alibrandi è italiano, ma suo padre si è affratellato tanti anni fa con la tribù Wonalancet del New Hampshire, non incorporata. Insegna arti marziali a Roma, ha frequentato le tribù, il suo nome indiano è Chico Little Hawk, ha fatto da interprete durante l’incontro a Palazzo Braschi a Roma nel 1980 (organizzato dall’Arci nel centenario del massacro), a cui ha partecipato Leon Shenandoha, capo dei capi, morto nel 1996. Leon è’ stato un politico del clan Eel degli Onondaga che ha guidato la Confederazione Haudenosaunee (Irochese) dal 1968 fino alla morte. Nel 1985 ha parlato davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e nel 1992 alla conferenza mondiale sui popoli indigeni al Summit della Terra.

Cos’è stato il massacro di Wounded Knee lo descrive molto bene lo storico Dee Brown nel libro “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee”. La tribù di Miniconjou guidata da Piede Grosso, alla notizia dell’assassinio di Toro Seduto, partì dall’accampamento sul torrente Cherry per recarsi a Pine Ridge, sperando nella protezione di Nuvola Rossa. Il 28 dicembre furono intercettati da quattro squadroni di cavalleria del Settimo Reggimento, guidato dal maggiore Samuel Whitside, che aveva l’ordine di condurli in un accampamento di cavalleria sul Wounded Knee. Così 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono portati sulla riva del torrente, accampati e circondati da due squadroni di cavalleria e sotto tiro di due mitragliatrici. Il comando delle operazioni fu preso dal colonnello James Forsyth e l’indomani gli uomini di Piede Grosso, ammalato gravemente a causa di una polmonite, furono disarmati.

Il massacro di Wounded Knee in un dipinto di Karl Bodmer

Coyote Nero, un giovane Miniconjou era sordo e non capì subito l’ordine di deporre il fucile: venne circondato dai soldati e, mentre deponeva l’arma, partì un colpo a cui fece seguito un massacro indiscriminato. Dei 350 Miniconjou ne morirono quasi 300, 25 furono i soldati uccisi, sopravvissero 4 uomini e 47 tra donne e bambini. Trasportati a Pine Ridge, furono ammassati in una chiesetta ove si poteva leggere la scritta (era il periodo natalizio) “Pace in terra agli uomini di buona volontà”. Non fu una battaglia, come la chiamò qualcuno: le battaglie sono ad armi pari. Cento milioni di indiani furono uccisi.

Francesca Sammarco

Nell’immagine di copertina, la targa a Rocca Sinibalda in memoria di Viola Sutton Hatch, leader della tribù Cheyenne Arapaho dell’Oklahoma

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