PERUGIA – La decisione è stata presa: presto una campagna di scavi recupererà i resti dei circa duemila morti della battaglia di Campaldino combattuta nel 1289. L’impegno lo ha reso noto il presidente della regione Toscana Eugenio Giani, a nome anche del Comune di Arezzo e delle comunità del Casentinese. L’idea era scaturita dalla Fraternità dei Laici di Arezzo e dal Comune di Poppi. Ora si attende l’entrata in campo della Sovrintendenza che dirigerà le operazioni, in maniera scientifica. L’obiettivo resta quello di recuperare i corpi e le armature delle vittime, sepolte sul luogo a due-tre metri di profondità. 
Negli anni passati erano state traslate le salme di comandanti di parte ghibellina, come il vescovo di Arezzo, che era stato sepolto nella chiesetta di Certomondo e trasferito nella cattedrale aretina. La Battaglia di Campaldino intercorsa tra la guelfa Firenze ed i suoi alleati e la ghibellina Arezzo aprì, con la vittoria dei primi, allo sviluppo di Firenze come città leader della regione. La campagna di scavi, dal canto suo, riveste una valenza non solamente storica, ma anche culturale e politica. Lo scontro d’armi si registrò l’11 giugno 1289, festività di San Barnaba, nella piana appunto di Campaldino, sotto il Castello di Poppi, sulla riva sinistra dell’Arno.
Gli eserciti che si fronteggiavano risultavano formati da 1600 cavalieri e 10.000 fanti quello con le insegne guelfe (Firenze, Siena, Massa, Lucca, Pistoia, Prato) e 800 cavalieri e 8.000 fanti quello sotto le bandiere ghibelline. I fiorentini si erano schierati sotto il comando di Guillaume de Durfort, Aimerie de Narbonne ed il podestà della città del Giglio, Ugolino De’ Rossi di San Secondo; mentre alla guida degli avversari figuravano il vescovo Guglielmino degli Ubertini (sul campo brandiva la mazza: come sacerdote gli era vietato versare sangue umano), Bonconte da Montefeltro, Guglielmo dei Pazzi. 
Singolare il particolare che tra i cavalieri “feditori” (i primi ad entrare in azione) di parte guelfa militassero due giovani poi diventati poeti famosi: Dante Alighieri (24 anni) e l’altrettanto e forse più focoso Cecco Angiolieri (29 anni). Il primo confesserà, più tardi, di aver provato quel giorno “temenza molta” nelle fasi iniziali dello scontro e, alla fine, una “allegrezza tantissima”. I due poeti, pure appartenenti a generi diversi (lo stilnovo per Dante, il comico-burlesco per Cecco), si confrontarono in tenzoni rimate, con l’Angiolieri che ricordò al Vate: “… io sono il pungiglione e tu sei il bue…”.
La cavalleria guelfa era posta sotto il comando di Corso Donati, mentre a guidare i ‘feditori’ era stato incaricato Vieri de’ Cerchi. Il successo premiò Firenze ed i suoi alleati e sul terreno rimasero 1.700 ghibellini (tra i quali i comandanti dell’esercito aretino, vescovo compreso) e 300 guelfi (tra i quali il Durfort). Dopo questa battaglia a Firenze si confrontarono, ferocemente e spesso con morti e feriti, i guelfi Bianchi (attorno alla famiglia dei Cerchi) ed i guelfi neri (capeggiati dai Donati). Per i primi parteggiava Dante, con i secondi Simone de’ Bardi, marito di Beatrice Portinari, la donna amata dal poeta (che, a sua volta, aveva preso per moglie una Donati, Gemma).
Una dozzina di anni dopo Campaldino, Dante, che era arrivato a vestire i panni di Priore, era stato costretto all’esilio e non era più riuscito a rientrare nella propria, amata, città.
Elio Clero Bertoldi

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