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Con Valérie Perrin lezione di resilienza

di | 2021-10-17T07:30:41+02:00 17-10-2021 6:15|Cultura, Sezione 4|2 Comments

PALERMO – C’è un tempo propizio per ogni cosa, anche per le pagine di un romanzo. Il ‘kairòs’, il momento giusto per leggere “Cambiare l’acqua ai fiori”, di Valérie Perrin (tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca, Edizioni E/O, Roma, 2020), è arrivato per la sottoscritta in agosto. Così il caldo del solleone ha avuto come contraltare la quiete e le fredde lapidi del cimitero francese di Brancion-en-Chalon, abitato dalla custode Violette Toussant, protagonista della storia. La lettrice agostana, come le migliaia prima di lei, è stata conquistata dal tocco sapiente e dalle pennellate delicate, quasi crepuscolari dell’autrice francese.

Perché ci si innamora della storia di Violette – della sua casa, del saggio Sasha, persino dei becchini suoi amici e di chi visita il camposanto – nelle 473 pagine del romanzo? A un certo punto della narrazione, una domanda del genere se la fa anche Violette: “Perché si va verso certi libri come si va verso certe persone? Perché siamo attratti da determinate copertine come lo siamo da uno sguardo, da una voce che attira la nostra attenzione e cambierà forse il corso della nostra esistenza?”.

Forse perché in Violette – l’io narrante del romanzo, scritto in prima persona – c’è un pezzetto di ognuno/a di noi. Ci fa riflettere, e forse un po’ ci somiglia, Violette che dice di sé: “Ho sempre portato abiti colorati sotto vestiti scuri per fare uno sberleffo alla morte”. “Mi piace dare la vita. Seminare, innaffiare, raccogliere e farlo di nuovo ogni anno. Mi piacciono i piatti di porcellana e le tovaglie di cotone, i bicchieri di cristallo e le posate d’argento. Mi piacciono le cose belle perché non credo alla bellezza delle anime. Mi piace la vita com’è oggi, ma la vita non vale niente se non puoi condividerla con un amico”. E ancora: “Parlo da sola. Parlo ai morti, ai gatti, alle lucertole, ai fiori, a Dio (non sempre gentilmente). Parlo a me stessa, mi interrogo, mi chiamo, mi faccio coraggio. Non rientro negli schemi…”.

Violette che, colpita dalla disgrazia più grande che possa capitare a una madre, ritrova la forza di vivere: “Essendosi spenta la vita principale, il vulcano era morto, ma sentivo crescere dentro di me ramificazioni e controviali, sentivo quel che seminavo. Eppure la terra desertica di cui ero fatta era molto più povera di quella dell’orto del cimitero, era una pietraia. Ma un filo d’erba può crescere ovunque, e io ero fatta di quell’ovunque”.

Presi per mano da Violette, ci si commuove per tanti scorci narrativi, come il racconto del funerale di Marcel Gambini e l’amore inconsolabile di Emilie per il suo amante, uniti per sempre da ciuffi profumati di lavanda. Così, si leggono rapidamente i 94 capitoli del libro, i cui titoli sono iscrizioni poste sulle lapidi tombali: Cosa sarà di me se non sento più i tuoi passi? È la tua vita o la mia che se ne va? Non lo so – C’è qualcosa di più forte della morte, ed è la presenza degli assenti nella memoria dei vivi – Il tempo è magnifico quando qualcuno ti ama…. E si ha la sensazione di entrare in una sorta di testo-matrioska: infatti la storia di Violette racchiude e si intreccia con altre vicende toccanti, di vivi e di morti: l’amore quasi impossibile tra Olivia e il suo professore di francese; la tragica storia di Sasha; la personalità oscura di Philippe (marito della protagonista) e i retroscena della sua vita; l’appassionata storia d’amore tra Irene e Gabriel…

La forza del libro è allora quella di aver saputo narrare, con sensibilità femminile, l’inestricabile intreccio tra la morte e la vita, tra felicità e disgrazia, tra bene e male, in un universo dove ciascuno è più complesso di come sembra, dove non ci sono confini netti tra ragione e sentimento, tra terra e Cielo.

Il libro è insieme possibile storia reale e fiaba a lieto fine: non a caso qualcuno ha paragonato Violette ad Amelie, la protagonista del film omonimo, col suo mondo favoloso. Per questi pregi, si perdonano al testo alcune ripetizioni e qualche incertezza nell’evoluzione psicologica dei personaggi. Infatti, specie verso la fine, si avverte quasi il fiatone di una struttura narrativa un po’ in affanno, e il rischio che la vicenda narrata si vada ingrossando in modo “eccessivo”, peccando di qualche ingenuità.

Ma si tratta di peccati veniali che si perdonano all’autrice, in forza della grazia complessiva della storia. Le cui eventuali incongruenze ricalcano forse gli eccessi spudorati dell’amore, l’insensatezza e la cieca crudeltà della morte e i repentini cambiamenti che riserva a volte la vita…

E comunque la scrivente, che ama le piante e adora le storie a lieto fine, confessa che in agosto della resilienza di Violette aveva proprio bisogno…

Da Violette ci si congeda allora ritemprati; consapevoli che “Certo c’è la morte, i dispiaceri, il brutto tempo, il giorno dei morti, ma arriva sempre un mattino in cui c’è una bella luce e l’erba rispunta dalla terra riarsa”. Perché, per quanto l’esistenza sia lacerata da delusioni, lutti e ferite, c’è sempre una misteriosa sorgente di cura, che ci fa ritrovare la forza di “aprire le tende, poi le finestre… mettere a bollire l’acqua per il tè e fare prendere aria alla stanza. Dedicarsi al giardino e cambiare l’acqua ai fiori…”.

Maria D’Asaro

 

Ha lavorato nella scuola media come psicopedagogista e docente; dal 2020 è giornalista pubblicista. E’ autrice del blog: Mari da solcare
https://maridasolcare.blogspot.com

2 Commenti

  1. Virginia Mariane 17 ottobre 2021 at 21:40 - Reply

    Complimenti. Bello

  2. Franco Battaglia 18 ottobre 2021 at 8:23 - Reply

    Ho amato il libro pur non perdonandogli proprio quell’eccessività che sottolinei anche tu, il ricorso reiterato all’inestricabile, il voler strafare e cambiare troppo spesso l’acqua a quei fiori, infine. Come tu ami le piante io amo i cimiteri, e puoi comprendere quanta vita abbia, paradossalmente, trovato in quei vialetti a ridosso della casa del custode, “un romanzo a scatole cinesi con le scatole a forma di bare” come scrivo da me che forse avrebbe solo dovuto pretendere un po’ meno. “Si parte per sottrazione e i piani temporali disseppelliscono (per rimanere in tema) altri piani temporali”. Una frenesia a rendere forse i cimiteri quello che non dovrebbero essere. Quello che probabilmente non sono.

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