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Mostra per spiegare com’era la Sabina

di | 2025-11-16T02:34:05+01:00 16-11-2025 0:40|Arte, Sezione9|0 Commenti

RIETI – La mostra “Acque nascoste, grotte e riti della Sabina”, inaugurata l’8 novembre al Museo civico, sezione archeologica di Rieti, è una delle iniziative di accompagnamento a “2026 L’Aquila capitale della cultura”, che coinvolge anche la provincia di Rieti per cultura, tradizioni, storia. La mostra, organizzata dalla Sapienza Università di Roma e dal Museo, con il patrocinio dei comuni di Salisano e Poggio Nativo, il contributo della Fondazione Varrone, resterà aperta fino all’11 gennaio. Orari 8,30/13,30 da martedì a sabato, il pomeriggio solo il venerdì dalle 15 alle 18. Chiuso la domenica, tranne la prima domenica del mese.

Da sinistra, Cecilia Conati Barbaro, Nadia Fagiani, Francesca Lezzi

All’inaugurazione sono intervenuti l’assessore comunale alla cultura Letizia Rosati, la curatrice della mostra e docente per La Sapienza Università Cecilia Conati Barbaro, Nadia Fagiani per la Soprintendenza, la direttrice del Museo Francesca Lezzi (direttrice anche del Museo di Trebula Mutuesca in Sabina e del Museo Archeologico del Cicolano a Corvaro), il sindaco di Poggio Nativo Gianluca Vagni, il sindaco di Rieti Daniele Sinibaldi. La sala del museo stimola subito i sensi all’ascolto, con il suono rassicurante e regolare delle gocce d’acqua che cadono nella grotta di Battifratta, rinvenuta lungo il Costone di Battifratta, costituito da travertini del Pleistocene medio inferiore, nel territorio comunale di Poggio Nativo, in località Casali, sul versante sinistro della valle del fiume Riano, un affluente minore del Farfa.

Da sinistra, Fagiani, Lezzi e il sindaco di Poggio Nativo Gianluca Vagni (in piedi)

Il costone è composto da travertini litoidi deposti nel Pleistocene Medio che fanno parte del “Sintema di Poggio Moiano” (unità geologica stratigrafica che include diverse formazioni rocciose, tra cui marne, calcareniti, calcari e travertini, comprende rocce che vanno dal Pliocene al Pleistocene. È costituito da diversi strati, tra cui marne argillose, spesso foliate, stratificazioni di calcareniti e brecce calcaree, con intervalli di sabbie salmastre e ligniti in alcune aree).

La grotta racconta la Sabina prima dei Sabini: la sua frequentazione risale al Paleolitico Medio (60 mila anni fa circa), con tracce risalenti al XVI secolo, fino ad oggi. Gli scavi sono stati ripresi nel 2021, in regime di concessione di scavo sotto la direzione della Soprintendenza ai beni archeologici con Cecilia Conati Barbaro, la collaborazione di Elena Carletti, Nadia Marconi, Daniele Moscone, Emma Chiarabba, Luca Fort, nell’ambito del progetto di ricerca multidisciplinare “The Farfa Valley Project. Caves, people, and past environments”, finanziato dal fondo Grandi scavi della Sapienza.

La mostra è frutto di un grande lavoro di restauro e ricerca interdiscipinare, che ha coinvolto geologi, paleobotanici, palinologi, archeozoologi, biologi, antropologi, con l’obiettivo di ricostruire le dinamiche di formazione del deposito, la composizione del manto vegetale, la sua variazione nel tempo, l’utilizzo delle piante a scopo nutritivo, lo sfruttamento delle risorse animali, le strategie economiche e le abitudini alimentari, le modalità e il significato della frequentazione nel corso dei millenni. Il percorso espositivo è affiancato da laboratori e attività esperienziali, basate sull’impiego di modelli fedeli dei manufatti originali, con riproduzioni tattili in 3D di ceramiche, utensili in osso e pietra, resti faunistici, realizzato con il contributo della Fondazione Varrone: un’esperienza sensoriale diretta e partecipativa, che coinvolge bambini e persone con disabilità sensoriali e cognitive.

La fase neolitica è la più significativa con il reperto più prezioso, in mostra per la prima volta: una statuina antropomorfa in argilla, un unicum per il Neolitico dell’Italia centrale, insieme a ceramiche con decorazioni incise e dipinte nei pressi delle uniche due sepolture umane, con motivi che presentano strette affinità con siti abruzzesi coevi, manufatti in selce e ossidiana, anelloni in pietra, strumenti e ornamenti in osso. La sorgente, all’ingesso della grotta, era stagionale, si asciugava periodicamente per poi ricomparire. Costituiva un punto di attrazione anche se non fu mai abitata stabilmente, durante la guerra venne usata come rifugio.

I ritrovamenti mostrano i rapporti con l’Abruzzo, la Toscana, fino alla Pianura Padana. Le prime indagini risalgono agli anni ’80, con il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio e l’Istituto Italiano di Paleontologia Umana sotto la direzione di Eugenia Naldini Segre e Italo Biddittu, che nel 1984 hanno individuato cavità minori, alcune solo strette fenditure, che hanno restituito materiali archeologici pre-protostorici e rivelato l’esistenza di una stratigrafia costituita da livelli antropici alternati a livelli di abbandono riferibili al Bronzo antico e medio e al Neolitico medio recente. La grotta ha la conformazione di un riparo sotto roccia dal quale si apre uno stretto cunicolo che porta a una sala interna. Le nuove ricerche hanno messo in luce strumenti litici e reperti faunistici risalenti al Paleolitico medio, chiarito le complesse dinamiche di formazione del deposito archeologico. Importanti crolli della volta della grotta hanno completamente ostruito altri ingressi e cavità interne.

In piedi l’assessore Letizia Rosati

La presenza di ceramica, industria litica, reperti faunistici e botanici su più livelli stratificati indica un intenso utilizzo della sorgente e della grotta nel corso dell’età del Bronzo antico e medio (II millennio a.C) e del Neolitico medio (fine VI-inizio V millennio a.C.). Le datazioni al radiocarbonio hanno confermato l’inquadramento cronologico fornito dall’analisi dei materiali archeologici. Nel 1987 lo scavo ha messo in luce gli strati sottostanti caratterizzati da ceramica del Bronzo antico e del Neolitico.

I resti faunistici sono costituiti esclusivamente da specie selvatiche e attesterebbero una prevalente attività di caccia. Le altre cavità presenti lungo il costone sono state censite nell’elenco catastale delle grotte del Lazio. Nel 2026 sarà aperto il Museo Nazionale dei Sabini nel complesso di S. Agostino a Rieti.

Francesca Sammarco

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