VITERBO – Benvenuti nell’era dell’esperto universale. Un tempo si studiava per anni, si facevano tirocini, si accumulavano competenze. Oggi basta un video su YouTube e sei virologo. Una diretta Instagram e diventi analista geopolitico. Un meme ben piazzato, e ti elevi a sociologo delle masse. Ironia a parte, la realtà è questa: viviamo in un ecosistema sovraffollato di pareri, diagnosi e verità assolute. Il problema? Parlano tutti. Ascolta quasi nessuno. È il trionfo dell’opinione come identità, del “ho diritto di dire la mia” diventato “la mia è legge”. 
I social network, che avrebbero dovuto democratizzare la parola, hanno finito per amplificarne il rumore. Il dibattito pubblico si è trasformato in un’arena dove il confronto è spesso solo un pretesto per monologhi paralleli, a colpi di indignazione e faccine arrabbiate. E guai a dire “non so”. L’umiltà è vista come debolezza, il dubbio come insicurezza, la complessità come perdita di tempo. Meglio semplificare, meglio schierarsi, meglio chiudere la questione in tre righe.
Peccato che il mondo sia un po’ più complicato di così. Questa bulimia di opinioni ha un effetto collaterale rilevante: la crisi dell’ascolto. Non si ascolta per capire, si ascolta per rispondere. O meglio, per contrattaccare. I talk show televisivi ne sono la prova plastica: interruzioni, sovrapposizioni, risse verbali. Ma anche nei contesti quotidiani – dal pranzo in famiglia alle riunioni di lavoro – il modello dominante è quello del “parlo io, punto”. La conseguenza? Una società sempre più polarizzata, in cui il dissenso è visto come minaccia, non come opportunità. In cui si costruiscono bolle di conferma e si cancellano, letteralmente, le voci discordanti. 
Il confronto costruttivo – quello fatto di domande, di argomenti, perfino di silenzi – sembra un’arte perduta. Eppure, mai come oggi ne avremmo bisogno. Serve riscoprire il valore della conversazione, intesa non come gara a chi ha ragione, ma come spazio di senso. Serve riabilitare la figura del “non esperto”, del curioso, dell’interlocutore che cerca, che mette in discussione, che non ha fretta di concludere. Serve, in altre parole, un’educazione alla lentezza del pensiero.
L’intelligenza non sta sempre nel parlare più forte, ma nel sapere, ogni tanto, tacere. E ascoltare.
Alessia Latini

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