MILANO – C’è un tipo di persona che ogni domenica mattina si sveglia alle cinque. Non per andare a correre, non per raggiungere un mercato rionale, non per partire in viaggio. Si sveglia alle cinque per prendere il primo treno e portarsi in stazione — qualunque stazione, purché ci siano binari, scambi, locomotive in manovra — con la macchina fotografica al collo e un taccuino in tasca su cui annota, da decenni, ogni numero di serie di ogni convoglio incrociato. Se gli si chiede perché, risponde con una semplicità disarmante: “Perché i treni sono vivi”. Esiste, in Italia come nel resto d’Europa, una comunità silenziosa e tenace di appassionati che dedicano una parte significativa della propria esistenza a osservare, fotografare, catalogare e documentare il mondo ferroviario. Vengono chiamati, con un termine mutuato dall’inglese, trainspotter: una parola che in italiano suona quasi come un’accusa, come qualcosa di strambo e indecifrabile, ma che nasconde, a uno sguardo più attento, una sottocultura ricca di storia, di rigore quasi scientifico e di una sensibilità estetica del tutto peculiare. 
Il fenomeno nasce in Gran Bretagna, dove già negli anni Quaranta del Novecento i giovani appassionati di ferrovie si radunavano lungo i binari con i loro taccuini per annotare i numeri di targa delle locomotive a vapore. Ian Allan, un impiegato delle ferrovie britanniche, intuì l’esistenza di questa passione sommersa e nel 1942 pubblicò il primo “libro ABC” delle locomotive: un volumetto tascabile che diventò immediatamente un oggetto di culto, venduto in decine di migliaia di copie. Da quel momento, l’hobby si strutturò, si organizzò, si dotò di un vocabolario proprio. In Italia arrivò più tardi, complice una cultura ferroviaria che pure aveva radici profonde — basti pensare all’importanza storica delle Ferrovie dello Stato nel consolidamento dell’identità nazionale — ma che faticò più a lungo a trasformarsi in pratica collettiva e consapevole.
Oggi, a seconda delle stime, si contano in Italia tra le quindicimila e le venticinquemila persone che si definiscono trainspotter in senso stretto, ovvero che praticano sistematicamente l’attività di avvistamento e registrazione dei convogli. La cifra è probabilmente sottostimata: molti appassionati non si identificano con l’etichetta, preferiscono definirsi semplicemente “amanti delle ferrovie” o “fotografi di treni”, eppure la sostanza è la stessa. Sono uomini, in larghissima prevalenza — le donne rappresentano forse il dieci per cento della comunità, una percentuale in lenta ma costante crescita — di età compresa tra i quaranta e i settant’anni, anche se negli ultimi tempi si registra un interesse crescente tra i più giovani, alimentato dai social network e dalla possibilità di condividere le fotografie in tempo reale. 
Chiedersi che cosa cerchino, questi uomini lungo i binari, è la domanda giusta; ed è anche la più difficile a cui rispondere. La risposta superficiale — “collezionano numeri di treni” — è tecnicamente corretta ma manca completamente il punto. Il trainspotter non è, o non è soltanto, un catalogatore ossessivo: è qualcuno che ha sviluppato una forma di attenzione al mondo che passa attraverso il ferro, il vapore, l’elettricità, i paesaggi che scorrono oltre i finestrini. Chi frequenta questa comunità sente ripetere, con variazioni infinite ma con un nucleo immutabile, la stessa idea: ogni locomotiva ha un anno di nascita, un percorso di vita, quasi una biografia. Quando si vede una motrice degli anni Ottanta ancora in servizio, si sa che porta con sé trent’anni di storie, di tratte percorse, di stagioni attraversate.
C’è in queste parole qualcosa che va al di là della semplice passione per la meccanica o per la tecnologia. I trainspotter italiani mostrano, quasi unanimemente, una dimensione malinconica e memoriale nel loro rapporto con i treni: è come se la ferrovia fosse per loro una macchina del tempo, un dispositivo che conserva tracce di epoche scomparse. Non è un caso che molti di loro si siano avvicinati a questo mondo attraverso il ricordo di un nonno ferroviere, o di un viaggio d’infanzia su una littorina arrugginita attraverso le colline, o del suono di un fischio notturno sentito da bambini attraverso la finestra aperta. La ferrovia è, nella memoria collettiva italiana, un luogo dell’immaginario potente e stratificato: è il Risorgimento e la Resistenza, è l’emigrazione verso il nord industriale, sono le vacanze estive al mare su carrozze affollate e surriscaldate. I trainspotter sembrano custodire questa memoria con una dedizione quasi liturgica. 
Sul piano pratico, l’attività si svolge secondo rituali precisi e codificati. I luoghi preferiti sono le grandi stazioni di testa — Milano Centrale, Roma Termini, Torino Porta Nuova — dove il traffico è intenso e la varietà del materiale rotabile è massima, ma anche le stazioni di smistamento, i depositi locomotive, i passaggi a livello lungo le linee secondarie dove si può fotografare il treno in movimento, inserito nel paesaggio. L’attrezzatura fotografica è diventata sempre più sofisticata: dai vecchi rullini 24×36 alle reflex digitali con obiettivi da cinquecento millimetri capaci di catturare una locomotiva in corsa a trecento metri di distanza con una nitidezza millimetrica. I risultati migliori vengono condivisi sui forum specializzati — il più frequentato in Italia è Railfan Europe — o sui gruppi Facebook e sui canali Instagram, dove alcune fotografie raggiungono migliaia di visualizzazioni.
Non mancano le tensioni con il mondo esterno. Le ferrovie italiane hanno storicamente guardato con sospetto alla presenza di fotografi lungo i binari, e le normative sulla sicurezza hanno reso progressivamente più difficile l’accesso a certe aree. La comunità racconta di fermi da parte della polizia ferroviaria, di richieste di giustificare la propria presenza, di memorie fotografiche confiscate temporaneamente. Eppure, la fotografia ferroviaria ha prodotto, nel corso dei decenni, un archivio visivo straordinario che documenta l’evoluzione del sistema di trasporto italiano con una completezza e una continuità che nessun archivio ufficiale può vantare. Il rapporto con la tecnologia digitale ha cambiato profondamente il modo di vivere questa passione. 
Se un tempo il trainspotter era necessariamente un solitario — qualcuno che passava le domeniche in stazione con il suo bloc notes, ignoto ai più, incompreso dai familiari — oggi esiste una comunità globale interconnessa in tempo reale. I gruppi Telegram avvisano i membri dell’imminente transito di un convoglio raro; le applicazioni per smartphone mostrano in tempo reale la posizione di ogni treno sulla rete; i siti specializzati pubblicano i piani di circolazione con settimane di anticipo. La caccia al “raro” — una locomotiva d’epoca in servizio straordinario, un convoglio speciale, un treno merci con un tipo di carro desueto — è diventata una pratica quasi scientifica, con le sue previsioni, le sue strategie, le sue delusioni e le sue epifanie.
Eppure, al fondo di tutto questo, rimane qualcosa di irriducibile e di arcano. Qualcosa che le applicazioni e i forum e le reflex da tremila euro non riescono del tutto a spiegare. Chi è stato “preso” da questa passione — e il verbo che si usa, in gergo, è proprio questo, come se si trattasse di una malattia o di un incantesimo — descrive quasi sempre un momento preciso, un’epifania ferroviaria: un treno in corsa visto da bambino sul marciapiede di una stazione, l’aria spostata dal convoglio, il rumore improvviso e poi il silenzio che ritorna. Un padre che stringe una spalla e dice: “Guarda che bello”. E da quel momento, lo sguardo non smette più di cercare. 
C’è qualcosa di profondamente umano, in tutto questo; qualcosa che parla non solo di treni, ma di come gli esseri umani costruiscono il significato attraverso l’attenzione ripetuta, la cura paziente, la fedeltà a un oggetto di meraviglia. Il trainspotter è, in fondo, un testimone. Testimonia il passaggio del tempo attraverso la continuità di un oggetto — il treno — che cambia pur restando riconoscibile, che si rinnova portando con sé le tracce di ciò che è stato. In un’epoca in cui tutto è istantaneo, tutto è usa-e-getta, tutto è destinato a essere sostituito prima ancora di essere compreso, c’è qualcosa di quasi commovente in un uomo che si alza alle cinque di domenica mattina, prende il suo taccuino e va a guardare i treni. Non perché debba farlo. Perché, semplicemente, ne vale ancora la pena.
Ivana Tuzi

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