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“The Truman Show”, la vita non è un film

di | 2025-08-08T15:01:40+02:00 10-8-2025 0:15|Sezione 4, Spettacolo|0 Commenti

MILANO – Navigando sui social ci si imbatte in pagine originali, profili accattivanti, notizie di ogni genere. Una mattina di fine luglio, scrollando nel mondo di Facebook, un giovane attore e sceneggiatore italiano, Francesco Braschi lascia una riflessione sensata e precisa a proposito di un film che si lascia amare e vedere più e più volte dal 1998 ad oggi. A quasi 30 anni dal suo esordio “The Truman Show” con Jim Carrey viene così descritto da Braschi: “È uno di quei film che all’inizio lo guardi e pensi: ‘Vabbè, sarà la solita commedia con Jim Carrey che fa le facce strane’. Invece no. Ti fotte. E quando te ne accorgi sei dentro fino al collo, e non ridi più. O meglio, ridi… ma amaro”.

 

È proprio così, godendoti questa pellicola ti ritrovi a ricreare le immagini e rivedere con la mente del giovane protagonista Truman Burbank (appunto interpretato da Jim Carrey). Lui, un tipo normale, una vita normale. Lavoro, vicini di casa, compra il giornale, sorride sempre, un bravo ragazzo. Una vita semplice e regolare, ma c’è qualcosa che non torna. Tutto il mondo gira in una maniera stereotipata, quasi meccanica e noiosa, quando invece ti accorgi che la follia è che tutti hanno lo scopo di manipolare e pianificare la vita di Truman e gli parlano come se stessero recitando per uno spot pubblicitario. Tutti, compresa sua moglie Meryl, che a un certo punto tira fuori un prodotto e lo mostra in camera come se fosse a una televendita.

E da spettatore resti a bocca aperta e spunta un sorriso. E proprio così, Truman vive dentro un gigantesco reality show. Solo che lui non lo sa. Tutti intorno a lui stanno recitando. La città è finta, il cielo è finto, pure il mare è finto. L’unica cosa vera è lui. Sembra una cosa assurda, ma a pensarci bene, non è tanto lontano dalla realtà in cui viviamo. Tante cose ce le costruiscono attorno: famiglia, lavoro, pubblicità, notizie, social, e noi viviamo tranquilli. Come l’innocente Truman. Fino a quando non ci si sveglia e ci si comincia a fare due domande. E lì comincia il bello.

Truman inizia a notare cose strane: gente che ripete sempre le stesse frasi, macchine che girano in cerchio, un riflettore che cade dal cielo. E Jim Carrey, quando capisce che qualcosa non torna, strabuzza gli occhi e la sua mimica è una smorfia perfetta. Ha lo sguardo di uno che sta capendo che tutta la sua vita è una gran fregatura. Resta al gioco e cerca ogni tanto di deviare dalla quotidianità per capire cosa possa succedere. Il film ti fa ridere, ma ti fa riflettere. Perché Truman è buono. Non ha fatto niente di male. Lui si rende conto di vivere dentro una gabbia. E quando prova a uscire, tutti cercano di fermarlo. Gli amici, la moglie, i “casi della vita”, incidenti simulati, ponti chiusi, incendi, tutti fanno di tutto per farlo tornare a cuccia.

Il grande regista Peter Weir ci mette davanti il ritratto di un uomo che viene usato dalla nascita, venduto come intrattenimento, con la vita programmata da altri. E tutti gli stanno intorno a recitare la parte, a dirgli cosa deve pensare, cosa deve fare. Una gabbia lucida, pulita, perfetta, ma pur sempre una gabbia. La nostra realtà? Piuttosto simile a quella paventata da Weir.

Nei reality show di ultima generazione la gente è chiusa in una casa o in un’isola, manipolata, guidata, ripresa da cento telecamere. E fuori milioni di spettatori che stanno facendo parte dello stesso circo. Siamo tutti intrappolati nelle gabbie e facciamo parte di un meccanismo diabolico: di chi vive e chi pensa di vivere. Invece siamo tutti intrappolati nel Truman show della vita. Il clou del film è nella frase del regista-dio, Cristof, che resta scolpita: “La gente accetta la realtà che gli viene presentata”. Spesso viviamo in una routine, senza chiederci se è tutto vero, giusto, nostro. E quando uno inizia a farsi delle domande, lo fanno passare per matto.

Il finale del film è bellissimo e strappalacrime. Truman arriva al limite del mondo, sbattendo fisicamente con la sua barca contro la parete dipinta del cielo. Sale le scale, apre la porta. E se ne va. Ma prima saluta. Con quella frase sua, ironica, dolce, triste: “Buongiorno, e nel caso non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte”. Un finale che preannuncia: “Io vado a cercarmi la mia verità”. Un essere umano disumanizzato dal regista che vuole manipolare la vita del protagonista, ma viene fuori la dura realtà della vita, vissuta in una gabbia e allora il dolore, la delusione, l’emozione dell’essere umano prevalgono. E Truman esce di scena, andando a cercare la sua realtà, la sua intimità violata.

Tutti gli spettatori nella realtà – che lo guardavano in diretta – restano muti. E così Jim Carrey mette via tutte le smorfie, le battute stupide, le facce da cartone animato e tira fuori l’anima. Gli occhi. La verità. Una faccia da bambino innocente che non capisce più se il mondo intorno è vero o no. Lo sguardo di uno che si sveglia da un sogno lungo una vita e ha paura di vederlo. Insomma, “The Truman Show” è uno splendido film. Ti sveglia. E magari, se sei fortunato, ti fa venire voglia di cambiare qualcosa, magari uscendo dal mondo vorticoso del social e degli show quotidiani per vivere liberamente se stessi e le proprie emozioni.

Claudia Gaetani

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