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Terza media, un esame per i docenti

di | 2021-07-12T08:54:13+02:00 11-7-2021 6:00|Attualità, Sezione 1|0 Commenti

NAPOLI – Da diverso tempo l’esame di terza media rientra in quelle occasioni dove, didatticamente, personalmente, esperienzialmente si tenta di affrontare l’alunno non tanto per quello che è e che fa o che ha fatto o studiato, ma per quello che ciascun docente sente come resoconto di ciò che egli stesso ha comunicato, in-segnato. È l’esame per sé stessi, è il mostrare, evidentemente ai colleghi, quanto si è stati capaci di comunicare ai propri alunni, spesso dimenticando completamente chi si ha di fronte.

È l’essere sotto esame di fronte ad una commissione fatta di colleghi.

Gli esami di Stato del primo ciclo sono un momento importante non solo per la vita dei ragazzi che chiudono un percorso di studi, ma anche per tutti i protagonisti del mondo della scuola, perché questo evento conclusivo, se non è ridotto a un vuoto formalismo, comunica le priorità e il senso dell’insegnamento-apprendimento di un’istituzione scolastica.

“Questo qui ha colto perfettamente quello che intendevo dire” magari ripetendo meccanicamente un discorso, una frase, un pensiero. “Quest’altro non mi ha seguito nelle lezioni in presenza, figurarsi nella DaD” senza tener conto di difficoltà intrinseche all’aspetto familiare, a problemi economici o sociali.

Troppo spesso ci si dimentica di una controparte fatta di vita, di relazioni mancate, di solitudini in particolare nell’ultimo anno e mezzo o, dall’altra parte (ed è ancor più grave, forse…) di talenti nascosti, di tentativi fatti per emergere, per uscire da lager mentali o economici o, peggio ancora, culturali.

L’esame, istituzionalmente inteso, ha avuto come riferimento “il profilo finale dello studente secondo le Indicazioni nazionali per il curricolo, con particolare attenzione alla capacità di argomentazione, di risoluzione di problemi, di pensiero critico e riflessivo, nonché sul livello di padronanza delle competenze di educazione civica”.

Il percorso proposto agli studenti per la costruzione dell’elaborato ha cercato di mettere al centro la ricerca del proprio talento, attraverso una riflessione sui tre anni di scuola e quindi sul senso delle discipline come strumenti per conoscere il reale e per crescere nella consapevolezza del valore dell’io e del suo posto nel mondo. È l’inevitabile tentativo che si fa ogni anno e che solo in alcuni casi riesce.

Gli studenti hanno raccontato alla commissione come la scuola attraverso lo studio delle diverse discipline, la scelta dei laboratori opzionali, gli incontri (virtuali) con personalità significative nel mondo della letteratura, dell’arte, dello sport, le tematiche e le esperienze legate all’educazione civica abbiano contribuito alla costruzione della loro personalità e quindi alla scoperta del talento.

In alcuni casi si è assistito alla narrazione critica e argomentata del percorso scolastico, dell’iter con cui si è scelta la scuola secondaria di secondo grado. In queste circostanze è apparso evidente e chiaro che cosa si intenda dire quando si parla del valore orientativo di quella che un tempo veniva chiamata “scuola media”.

In altri casi gli studenti, con diversi livelli di competenza, hanno narrato la scoperta della passione per le serie TV durante il lockdown, la consapevolezza del valore della lettura, dell’amicizia, della vicinanza.

Non tutti i ragazzi sono riusciti a esplicitare con chiarezza (giustamente, vista l’età) il loro progetto, a ricostruire il percorso triennale, a cogliere il nesso tra le discipline e la conoscenza del reale, ma certamente tutti si sono interrogati sul senso dello stare a scuola, sulla necessità di essere protagonisti attivi nel cammino della conoscenza.

La vera interdisciplinarietà si persegue solo nella consapevolezza che le discipline sono strumenti per conoscere la complessità e la ricchezza del reale, così come viene trasmesso dalla tradizione culturale. Si tratta ovviamente di una consapevolezza che non può avere un adolescente, anche se può essere suggerita da un docente appassionato che introduca lo studente nel suo percorso di lavoro. Un docente che, in sede d’esame, sa che il colloquio ha come finalità non quella di accertare contenuti, anche perché nel passato scolastico non sono certo mancate occasioni per raggiungere questo obiettivo, quanto di far venire fuori le passioni, le aspettative, le propensioni di ciascun alunno.

Le presenti osservazioni tentano di sottolineare che l’esperienza dell’apprendimento diventa possibile solo quando lo studente è protagonista del cammino dell’imparare, quando la conoscenza non è replicazione di contenuti, ma acquisizione critica. E quando le discipline sono concepite come strumenti di conoscenza della realtà.

Anche un esame di Stato allora diventa un’occasione per dire “io”, per dare voce al proprio talento davanti ad una commissione che interroga, nel senso di un chiedere (rogare) nel mezzo (inter) di un cammino di conoscenza accompagnato dalla professionalità dei docenti.

Allo stesso modo resta la verità su un’autovalutazione sul lavoro svolto da parte dei docenti. Completare un percorso con le sue inesorabili conferme o stroncature. Il rivedere, il ripercorrere un tragitto, un iter che ha risposto o meno al desiderio dei singoli alunni… E non dei colleghi.

Innocenzo Calzone

architetto e insegnante di Arte e Immagine alla scuola secondaria di I grado presso l’Istituto comprensivo “A. Ristori” di Napoli. Conduce da circa 10 anni il giornale d’Istituto “Ristoriamoci”. Svolge attività di architetto ed è appassionato di Arte. Partecipa ad attività culturali con l’associazione “Neapolis” promuovendo incontri e iniziative a carattere sociale e di solidarietà. svolge attività di volontariato nel centro storico di Napoli attraverso attività di doposcuola per ragazzi bisognosi.

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