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Te Deum, la forma più alta di ringraziamento

di | 2022-01-01T15:45:34+01:00 2-1-2022 6:05|Cultura, Sezione 2|0 Commenti

NAPOLI – Recitare il Te Deum a fine anno è la forma più alta di consapevolezza di ciò che è accaduto in 365 giorni. Si ha la percezione sottile, ma allo stesso tempo potente, di ciò che è trascorso, di ciò che è successo: non tanto per ciò che si è fatto. Una percezione che il tempo e la vita inesorabilmente passano e ci si accorge che, oltre le ansie e preoccupazioni nelle cose fatte, c’è qualcosa o qualcuno che guida e custodisce le trame del nostro essere. Una percezione sottile e potente che per quanto possa sforzare a condurre le cose a proprio piacimento, tutto si svolge secondo un disegno che non possediamo. Una forma di impotenza docile che rende sereni. Ci si può ingarbugliare quanto si vuole, ma ci si ritrova quasi inerme a progettare dettagli che vanno per lidi non previsti e non nostri.

Ma come si fa a ringraziare, dopo quasi due anni di pandemia e di tutte le ansie da Covid che abbiamo vissuto? Come si fa a rimanere desti di fronte ad una realtà che non suggerisce, almeno in apparenza, qualcosa di positivo? I rapporti preclusi, l’economia che tarda a riprendersi, il rischio addirittura che, ora che sembrava tutto sulla strada della soluzione, si strapiombi nell’abisso dell’autogestione vitale….

Eppure qualche tempo fa anche il Papa sottolineava che il dramma più grande di questa crisi è quello di sprecarla. Cioè perdere un’occasione. Quale? Come?

Papa Francesco

In una lettera di qualche tempo fa don Luigi Giussani scriveva: «Davanti alla mia finestra ho piante che sono ancora tutte distrutte dal gelo e dal freddo dell’inverno. Osservandole pensavo che tutte le cose, tutte le nostre cose andrebbero a finire così se non ci fosse quella forza, quella potenza creatrice che ridesta altre piante davanti a me con foglie verdi e nuove». E continuava più avanti: «In questi giorni tutto sta rinascendo ma se un uomo non avesse mai visto la primavera e fosse nato e vissuto e conoscesse soltanto l’aridità dell’inverno, potrebbe immaginare come, dal di dentro, da questo “di dentro” strano e misterioso tutte le cose possono cambiare? Non riuscirebbe a immaginarlo».

Solo la percezione di un Bene più grande permette di essere lieti, altrimenti si corre il rischio di volersi ribellare ad un evolversi delle cose in cui crediamo di essere l’autore e il pilota. Di fatto, oltre ogni perplessità riduzionistica, solo la gratitudine per ciò che è dato come punto sorgente di una gratuità verso l’altro, trasforma uno sguardo da figlio lieto.

Nel Te Deum è contenuta una saggezza profonda, quella saggezza che ci fa dire che, nonostante tutto, c’è del bene nel mondo, e questo bene è destinato a vincere grazie a Dio. Certo, a volte è difficile cogliere questa profonda realtà, poiché il male fa più rumore del bene; oltre alla permanenza in uno stato di precarietà virale, omicidi efferati, violenze diffuse, gravi ingiustizie fanno tremendamente notizia; al contrario, come sempre purtroppo, i gesti di amore e di servizio, la fatica quotidiana sopportata con fedeltà e pazienza rimangono spesso in ombra, non emergono. Soprattutto in questi ultimi due anni si sono moltiplicati gesti e opere di generosità, aperture e nuove considerazioni dell’altro in difficoltà, dell’altro in crisi. Semplicemente dell’altro…

Senza la speranza di un “per sempre”, tutto nella vita appare più breve e, ultimamente, più insopportabile e tragico. Ma c’è qualcosa o qualcuno che ci permette di resistere? Qualcosa che sostiene il nostro vivere? Come dice il Papa nella sua Enciclica Fratelli tutti: “Nessuno può affrontare la vita in modo isolato. C’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Com’è importante sognare insieme! Da soli si rischia di avere miraggi per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme”.

Nella speranza che il bene della nostra vita emerga, nella certezza che arrivi una nuova primavera, nella consapevolezza, in fondo, di uno sguardo e di un’attenzione primordiale ricevuta, per tutto questo bisogna ancora ringraziare.

Innocenzo Calzone

Giornalista pubblicista, architetto e insegnante di Arte e Immagine alla Scuola Secondaria di I grado presso l’Istituto Comprensivo “A. Ristori” di Napoli. Conduce da più di 10 anni il giornale d’Istituto “Ristoriamoci”. Appassionato di Arte, partecipa ad attività culturali con l’associazione “Neapolis” promuovendo incontri e iniziative a carattere sociale e di solidarietà. Svolge attività di volontariato nel centro storico di Napoli attraverso attività di doposcuola per ragazzi bisognosi e il Banco Alimentare. Appassionato di arte, calcio e musica rock.

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