Anche in tempi di guerra e di dolore la solidarietà si può praticare con successo. In Tanta ancora vita, l’ultimo romanzo di Viola Ardone, il senso più profondo sta proprio in questa spasmodica ricerca del bene, anche tra persone che poco o nulla hanno in comune, talvolta pressoché sconosciute, eppure tutte accomunate dalla voglia di migliorare e di migliorarsi. Perché la crescita del singolo ha inevitabilmente ripercussioni e conseguenze positive su chiunque, anche casualmente, entra in quell’orbita di crescita interiore.
Il romanzo ha la guerra come filo conduttore: quella che ha a che fare con i missili e le bombe in Ucraina, ma anche quella che combattono quotidianamente i vari protagonisti che provano a tenere a bada i ricordi e i dolori. Nel 2022 Kostya ha dieci anni quando si mette in viaggio per arrivare dalla nonna Irina, domestica a Napoli. Nello zaino, custodisce gelosamente la foto di una madre che non ha mai conosciuto e che è solamente l’immagine di una famosa attrice italiana, come scoprirà dolorosamente in seguito. Il padre Roman lo ha cresciuto da solo con i soldi che gli arrivavano dall’Italia. Il ragazzino ha imparato molto presto a difendersi dai continui pericoli e dai rischi di un’invasione massiccia e sanguinosa. A Mariupol, dove vivono, i razzi e i droni sono arrivati molto prima che il resto del mondo lo sapesse.

Viola Ardone
Kostya sa che bisogna correre velocemente a qualunque ora del giorno e della notte per raggiungere i rifugi sotterranei o le stazioni della metropolitana; nella sua breve vita ha compreso che correre è l’unica cosa che serve davvero per salvare la pelle. Ma ormai la situazione è compromessa, i nemici premono sulla città e stanno ormai per conquistarla. E allora, Roman decide di arruolarsi come volontario per difendere la sua Patria, non può più tenere con sé il figlioletto. E l’unico posto dove può tenerlo al sicuro è Napoli dove lavora come colf la mamma che lo ha mantenuto inviandogli danaro, speso per lo più in alcol e donne.
Tra soldati che cercano di bloccarlo al confine e sconosciute che gli danno una mano, il bambino riesce ad arrivare quasi per miracolo in Italia: ha con sé un po’ di denaro (custodito nelle calze), l’indirizzo della casa dove lavora Irina e il numero di telefono della donna. Sfinito e affamato riesce finalmente a raggiungere l’abitazione che cerca, ma bussa inutilmente fino a quando si addormenta sullo zerbino dove lo trova la mattina successiva Vita, datore di lavoro della nonna.

In fuga da Mariupol
Quattro anni fa lei ha perso suo figlio Cicù e ora passa le giornate da sola, o con Irina (che ha letto Dante e parla italiano come un poeta del Duecento) e soprattutto in compagnia di “Orietta”, la depressione che la attanaglia e che la costringe a massicce dosi di antidepressivi per sopravvivere. Tanto che, rimasta sola dopo la separazione e il divorzio con il marito (Massimo Mezzanotte, un giornalista radiofonico), riesce a svolgere solo l’attività di insegnante di italiano ai detenuti stranieri. Ma il piccolo ospite inatteso la costringe di nuovo a quel ruolo di madre che il destino le ha tolto.
Il rapporto tra Vita, Irina e Kostya, con le sempre più frequenti intromissioni di un vicino di casa vedovo e solo, non è semplice, ma lentamente decolla. Senza volerlo davvero, anzi inizialmente con un certo fastidio, la prof si ritrova a fare la mamma. Piano piano si accorge che alle avversità della vita bisogna rispondere con comportamenti virtuosi. E cosa c’è di più importante di un aiuto ad un piccolo che non ha mai conosciuto la madre, che ha il padre in guerra e una nonna che non sa se dedicarsi al nipotino o provare a ritrovare l’unico figlio, dato per disperso in chissà quale battaglia…
Viola Ardone racconta la storia toccante e malinconica di un viaggio attraverso la guerra, il lutto e il dolore, narra la solitudine e la depressione, ma è una narrazione piena di speranza, perché racconta la meraviglia dell’incontro tra una donna sull’orlo del suicidio, salvata da un bambino che affida se stesso e le sue speranze a qualcun altro. Kostya ha solamente dieci anni e già sa cos’è la perdita. Lui, che neppure parla la sua lingua, cambierà l’esistenza di Vita. Perché ogni figlio nato sulla terra è il figlio di tutte e di tutti. Perché l’incontro fra esseri umani (seppur così diversi e lontani) ha la capacità di scardinare la solitudine e di far rinascere la speranza: “Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore”.
“Tanta ancora vita” è un romanzo che scuote la coscienza, accarezza l’anima e fa tremare il cuore. E, alla fine, quando il padre di Kostya è dato per disperso e Irina torna nel suo Paese a cercarlo, d’impulso Vita decide di raggiungerla per aiutarla, portando con sé il piccolo Kostya. Tentare di salvare un altro, del resto, è l’unico modo per salvare noi stessi.
Buona domenica.
Nell’immagine di copertina, la città di Mariupol, in Ucraina, sventrata dai bombardamenti

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