SPOLETO (Perugia) – Non capita a tutti di incontrare un eremita (per di più donna) e, quando succede, lascia il segno per tutta la vita. Sorella Teresa Bertoncello, padovana di origine, ha vissuto 45 anni in eremitaggio, di cui 30 nelle montagne sopra Monteluco di Spoleto, in località Fionchi, vicino alla piccola frazione di Patrico, paesino di pastori. Da alcuni anni, data l’età, vive in un convento a Spoleto, non sappiamo se è ancora viva: se lo fosse, avrebbe 96 anni e fino al 2016 sicuramente viveva ancora all’eremo degli Angeli. Chi scrive ha avuto il privilegio di conoscerla 25 anni fa e l’incontro è stato del tutto casuale. 
Una gita come tante in mezzo ai boschi di leccio, seguendo la scritta “Sacro Speco”, una freccia che indicava la direzione, con vernice rossa, sopra un grande masso. La curiosità spinge a inoltrarsi su strade sterrate e alla fine compare l’ingresso di un rifugio addossato a una parete di roccia, con un piccolo campanile e un comignolo “Qui dimorano silenzio e preghiera”. All’interno un locale essenziale con camino, un tavolo, un giaciglio, libri, candele, una piccola cucina e un altro locale accanto, con un altare per la preghiera, quadri di angeli, panche, libri sacri. Sorella Teresa accoglie con il sorriso, un saio tra il grigio e il celeste sopra un maglione, capelli corti sale e pepe, calzettoni bianchi di lana, sandali francescani, occhi azzurri e un viso la cui età è indefinibile, a causa di un incendio negli anni precedenti.
Racconta le sue giornate in preghiera e contemplazione, le rare discese in paese con una vecchia Fiat 500 per pochi acquisti indispensabili come le candele. Raccoglie erbe e radici, legna da ardere, qualche pastore le fa visita ogni tanto (“la visita aiuta l’ospite e anche chi l’accoglie”), portando pane e formaggio e quando il pane è vecchio e ammuffito nessun problema: “Basta grattare la crosta”. Niente televisione, niente lavatrice né frigorifero, solo una radiolina a batterie, l’acqua raccolta in una cisterna. I pannelli fotovoltaici, per un minimo di illuminazione, sono arrivati solo negli anni seguenti. La natura era sovrana, il silenzio avvolgente. “Fate accoglienza?” e la risposta arriva con dolcezza e fermezza: “No, accolgo volentieri chiunque per un sorso di acqua fresca, una parola, una preghiera, ma niente pernottamenti”. Ci si guarda intorno: “Ma come si fa a sopravvivere a queste altitudini, durante l’inverno, bloccati dalla neve? Durante l’estate si può coltivare l’orto, ma l’inverno?”. 
E allora si esprime ad alta voce un pensiero che sembra ovvio: “Con tutto questo spazio si possono allevare galline, almeno per le uova, un asino per raccogliere la legna, scendere in paese con la neve alta, un cane che fa la guardia”, ma ci si accorge subito di aver fatto una domanda inopportuna. Lo sguardo è sempre dolce, ma fermo: “Nessun altro essere vivente, basta la presenza di Dio che è anche troppo forte. Al tramonto viene a trovarmi la volpe, la vipera si ferma davanti alla porta, il tasso dorme nella sua tana”. Anche il lupo si ferma e poi riparte. Ti arrendi, quasi ti vergogni per non aver capito.
Con una matita, anche al lume di candela, disegna corpi stilizzati con un tocco semplice, in preghiera, in contemplazione, braccia alzate, oppure testa e ginocchia a terra. Monteluco è una montagna sacra, il bosco era consacrato a Giove e protetto dalla Lex Spoletina del III secolo avanti Cristo. Il primo eremita ad arrivare dalla Siria, 1500 anni fa, fu Isacco, seguito da tanti altri che si stabilirono nelle grotte della Valnerina. Sul pianoro prima di inoltrarsi per le sterrate verso Patrico c’è un albergo, un ristorante, il convento dei cappuccini, un belvedere. Per arrivare all’eremo degli Angeli, bisogna percorrere cinque chilometri per nulla facili.
Precedentemente, per 17 anni, Suor Teresa si era ritirata in solitudine ad Acquaiura (il bivio è lungo la via Flaminia prima di Spoleto) dove arrivò nel 1971, accompagnata dal parroco e due suore. Scendeva per insegnare religione al monastero (questo le ha dato una piccola pensione), per la messa di Natale andava a piedi, anche con la neve, nella frazione di Torrecola. Nel tentativo di realizzare un orto, spostando pietre, cercava aiuto nell’Angelo di Dio: “Certamente non lo vedevo, ma ero sorpresa di riuscire a smuovere quelle pietre: la fede trasporta le montagne”. Con i responsabili della Caritas diocesana andò successivamente alla ricerca di un eremo più isolato. Lo individuò a Campomoro di Patrico a 1100 metri. Un rifugio di pastori che apparteneva a Marina Rossi, che sentì come una voce interiore, che la spingeva a cederle la struttura con atto notarile. Così è stato e Teresa iniziò il restauro.
Spiega: “Avevo bisogno di una vita eremitica, perché questa mi era chiesta interiormente. Avvertivo una nuova vocazione: rimanere sepolta nel silenzio”. Scrive libri che contengono profezie, salmi, poesie, disegni. “L’uomo ha perso il senso della vita, il contatto con la trascendenza. Abbiamo cancellato la morte, l’eternità che è già presente tra noi e dentro di noi. Sono molto preoccupata per quanto sta accadendo a valle, dove il mondo vive sull’orlo di un precipizio fra guerre, violenze, assalti all’integrità del Pianeta. Non condivido il catastrofismo, ma qualcosa di molto grave accadrà. Io l’ho visto, anche se non posso spiegarlo. Non sarà un’ecatombe universale, ma qualcosa di forte”.
Nel libro “La Tebaide di Monteluco rinasce?” racconta anche episodi della sua vita. “L’eremita è come un pannello solare sempre rivolto alla luce, accumula energia e, per vie segrete, fornisce calore alla Casa”. Nel libro “Il gesto e l’anima, il corpo in preghiera” sorella Teresa scrive: “Il corpo umano, zolla di terra, è destinato a diventare una zolla di luce. La sua trasformazione incomincia qui, ora, nel qui della nostra storia personale. Nell’ora, nel momento che abbiamo nelle mani”. E ancora “Mi autoconduco verso Dio, rifacendomi di continuo all’autodisciplina e all’autocritica. E’ di enorme importanza per me discernere quel che devo fare da quel che devo tralasciare”.
Un incontro impossibile da dimenticare. Una grande lezione di vita.
Francesca Sammarco

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