MILANO – C’è una domanda che Stonehenge pone da millenni, e a cui nessuno ha ancora risposto in modo definitivo: chi l’ha costruita, come e, soprattutto, perché? L’archeologia ha accumulato dati, ipotesi, teorie. Ma le domande fondamentali — cosa muoveva le persone a trasportare pietre enormi per centinaia di chilometri, cosa speravano di costruire, cosa significava per loro — restano senza risposta certa. È precisamente in questo spazio che la narrativa può fare qualcosa che la scienza non può: immaginare. Ed è quello che Ken Follett ha fatto con Il cerchio dei giorni, pubblicato in Italia da Mondadori nel settembre 2025, traducendo il mistero più celebre della preistoria britannica in un romanzo epico di 704 pagine. 
Follett ha già percorso questa strada. I pilastri della terra — il romanzo che nel 1989 lo consacrò come uno dei narratori più popolari del mondo, con quasi duecento milioni di copie vendute in carriera — raccontava la costruzione di una cattedrale medievale attraverso decenni e generazioni di personaggi ordinari coinvolti in un’impresa straordinaria. Il cerchio dei giorni ripete la formula nella sua struttura profonda: un’impresa collettiva impossibile, personaggi comuni alle prese con forze che li superano, e una domanda di fondo su cosa spinga gli esseri umani a costruire qualcosa destinato a durare oltre la propria vita. La differenza è che questa volta il salto all’indietro è di quattromila anni, e il contesto è la preistoria del neolitico finale, intorno al 2500 avanti Cristo.
La Grande Pianura in cui si svolge il romanzo è abitata da tribù diverse — pastori, coltivatori, cavatori di selce, gente del bosco — che convivono in una tensione perenne di scambi e conflitti, alleanze e rivalità. Al centro della narrazione ci sono due personaggi: Seft, un giovane cavatore di selce con un talento eccezionale per lavorare la pietra, cresciuto in una famiglia violenta da cui cerca di fuggire; e Joia, una sacerdotessa che ha la visione di qualcosa di mai tentato prima: un grande cerchio di pietre, eretto al centro della pianura, che unisca le tribù intorno a uno scopo comune. La loro alleanza è il motore del libro, e intorno ad essa Follett intreccia tutto quello che sa fare meglio: conflitti familiari, rapporti di potere, amore contrastato, guerra, siccità, tradimento. La preistoria, nelle sue m,ani, ha la stessa densità emotiva del Medioevo.
Il problema tecnico e narrativo centrale del romanzo è il trasporto delle pietre: enormi blocchi di pietra arenaria estratti a decine di chilometri di distanza, da far scivolare attraverso una valle fino al sito. È un problema logistico che Follett affronta con la stessa meticolosità che aveva dedicato alle volte gotiche nei Pilastri: i dettagli pratici, la fatica fisica, le soluzioni ingegnose che emergono dalla necessità. Questa attenzione al come distingue il romanzo dall’epica generica: non basta che l’impresa sia grande, bisogna capire come è stata possibile, e quella comprensione rende il risultato più straordinario, non meno. La ricerca storica e antropologica dietro al libro è seria. Follett si è documentato sul neolitico britannico — sulle strutture sociali delle tribù, sui rituali della Cerimonia di Mezza Estate, sul significato astronomico del cerchio come orientatore delle stagioni — e ha collaborato con esperti come Giulio Magli, astrofisico del Politecnico di Milano che studia il rapporto tra architettura sacra e astronomia. 
Il risultato è un mondo preistorico che non cede alla tentazione di essere esotico o primitivo: le tribù della Grande Pianura hanno le stesse preoccupazioni di qualsiasi comunità umana — cibo, figli, potere, amore, paura — e i loro conflitti hanno una logica riconoscibile. È questa prossimità, costruita attraverso personaggi psicologicamente moderni in un contesto radicalmente antico, che è il marchio di fabbrica di Follett e che spiega il suo successo globale. Le riserve che si possono sollevare sul libro sono quelle che accompagnano tutta la produzione di Follett: una certa linearità nella costruzione dei personaggi, divisi in buoni e cattivi con poca zona grigia; una prosa funzionale più che letteraria, costruita per la leggibilità e non per la densità stilistica; e una struttura narrativa che privilegia la tensione e il ritmo rispetto alla complessità psicologica.
Chi cerca un romanzo che lavori sui margini del linguaggio o sulle ambiguità morali dei personaggi non lo troverà qui. Ma chi cerca una storia che si legge con la stessa avidità con cui si mangiano le noccioline — e non è un’immagine riduttiva, perché quella fluidità è il risultato di un mestiere preciso e consapevole — lo troverà in abbondanza. Quello che rimane, chiuso il libro, è qualcosa di più del piacere della lettura. È la sensazione di aver capito qualcosa — non di documentaristico, non di filologicamente verificabile, ma di umano — su perché Stonehenge esiste. Non per necessità pratica, non per calcolo astronomico, non per ordine di un sovrano. Ma perché qualcuno ha immaginato che fosse possibile, e altri hanno scelto di crederci.
Follett ha dichiarato che Stonehenge è il tipo di storia che lo attrae da sempre: persone ordinarie che compiono cose apparentemente impossibili. Il cerchio dei giorni è esattamente questo — e la sua forza sta nel fatto che, dopo quattromila anni, quella storia sembra ancora necessaria da raccontare.
Ivana Tuzi

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