NAPOLI – A tutti i livelli scolastici è tempo di bilancio e di esami. Uno stillicidio fatto di sopportazione dei colleghi esauriti più che mai, ma anche la stranezza di non vedere più alcuni alunni che per tre anni hanno mostrato quanta miseria educativa portano sulle spalle e, allo stesso tempo, quanta incapacità abbiamo avuto noi docenti a condividere, trasmettere un sapere (?). Quanta “personalizzazione” di insegnamento ci vorrebbe, quanta dedizione per ogni singolo alunno necessita eppure si continuano a tollerare atteggiamenti, manchevolezze senza essere entrati mai in rapporto con i ragazzi, con le famiglie. “Ma quando finisce?”: è la frase che più è andata in voga nei corridoi della scuola. Un succedersi di pause, un martellamento di spazi morti senza mai entrare nel merito delle questioni. Una stanchezza legata alla solita routine delle passerelle di colleghi frustrati che non vedono l’ora, nell’interrogare gli alunni, di porsi in primo piano a mostrare il loro pensiero anziché ascoltare quel breve lavoro che diligentemente ogni alunno ha fatto. 
La scuola, vetrina delle proprie sfilate di pensiero, lascia perplessi. Sembra che interessi più la riconoscenza per un lavoro fatto, una sorta di gratificazione che “ha da venire” e quindi un lavoro sottile per alzare i voti per un’ammissione all’esame o anche in fase di colloquio orale in sede di esame dei propri studenti (perché per ogni coordinatore la classe è sua e basta). Perché è proprio vero che dietro ogni voto c’è un rispecchiamento del proprio lavoro e allora diventa naturale esaltare anche le minime doti di un alunno sfaticato che “però a febbraio mi ha fatto un bel tema” oppure “si è mostrato interessato qualche mese fa”. Insomma, si è alla ricerca di sprazzi, sacrosanti, di dedizione allo studio senza aver avuto una continuità nell’anno scolastico.
Ma fino a qui si sorride per fortuna; nel momento in cui si passa alle ideologie sottilmente imposte agli alunni comincia a storcersi il muso: mappe concettuali pilotate solo per far dire ai ragazzi ciò che un docente non ha avuto il coraggio di dire apertamente con colleghi o con gli studenti in classe. E vai con gli ambientalisti, i favorevoli alle provocazioni nel distruggere o rovinare opere d’arte, gli animalisti, i pro-psicologi e così i contrari, gli antiabortisti e i favorevoli, i garibaldini, gli anti Trumpiani, i pro-Pal, i contro-Pal, i senza-Pal. Gli alunni? Ripetono meccanicamente senza averne un minimo di coscienza vista anche l’età: “Loro devono sapere certe cose anche se hanno solo tredici anni, bisogna cominciare sin da piccoli”. 
E quindi si passa ai giudizi tra di noi: “Quel collega è da evitare, quell’altro invece mi ha sorpreso positivamente. Quello addirittura la pensa così, ma come si fa, dai”. Il mercato pseudo-culturale raggiunge l’apice con argomentazioni assurde. “Me lo ha detto la prof. Ed io per farla contenta l’ho studiato. Così mi dà un voto in più”. Competenze poche, giudizi assenti. Momenti di gloria per i docenti, di protagonismo, di “vetrinizzazione” delle vite misere e solitarie di ciascuno. L’esposizione di sé come si stesse al mare, ma senza protezione alcuna. Davvero la scuola media è tutta qui? Può essere ancora il luogo in cui si suggerisce un metodo di studio e non uno sversamento di saperi: meglio, di nozioni? Si osservava giustamente che essere educatori implica un lavoro, una testimonianza, un mettersi in rapporto con l’interlocutore. Essere insegnanti, oggi, è più facile: basta vomitare addosso agli alunni semplici nozioni. Sorretti “finalmente” da tablet, connessioni, video YouTube, IA, argomenti già pronti, si può tranquillamente evitare il dialogo, la connessione “umana”.
Non si sa quanto sia giusta ma, di sicuro, essere portatori sani di vite appassite genera in classe alunni privi di domanda, di desiderio nel conoscere, privi di “perché” o di “come si fa”. Soluzione non c’è o, pare, non si voglia trovare (“Mica è compito nostro…”, come ha detto una collega qualche tempo fa). E allora si resta inerti quasi che il problema sia di qualcun altro. Eppure una implicazione, un abbraccio, un amore gratuito è la sola speranza, condividere, essere al fianco. “Amare spalanca le porte come potere sovrano” dirà Vincent Van Gogh. Forse l’inizio di un cambiamento può essere questo.
Innocenzo Calzone

Lascia un commento