/, Sezione 6/Ruth, coraggiosa leader dei diritti degli indiani d’America

Ruth, coraggiosa leader dei diritti degli indiani d’America

di | 2026-08-11T19:08:56+02:00 16-8-2026 0:25|Personaggi, Sezione 6|0 Commenti

RIETI – Ruth Muskrat Bronson (1897 – 1982), studentessa universitaria, poetessa, docente e attivista dei diritti dei nativi americani, era una giovane Cherokee di 27 anni quando, nel dicembre 1923, nei giardini della Casa Bianca, prese la parola davanti al presidente degli Stati Uniti Calvin Coolidge consegnandogli un libro sulla vita dei nativi “The red man in the United States”. Indossava l’abito tradizionale, il libro era rilegato a mano, con le perline delle donne Cheyenne dell’Oklahoma. Il suo gesto cambiò la storia, accelerando la firma della legge sulla cittadinanza agli indiani nati negli Stati Uniti (Indian Citizenship Act), che venne firmata pochi mesi dopo. Il Segretario degli Interni aveva convocato a Washington il “Comitato dei 100” (Committee of One Hundred) un gruppo di studiosi e leader nativi chiamati ad affrontare il cosiddetto “problema indiano”.

Calvin Coolidge, repubblicano, due volte governatore del Massachusetts, è stato il 30º presidente degli Stati Uniti d’America. Succedette alla morte improvvisa di Warren G. Harding nel 1923, del cui governo fu vicepresidente, eletto successivamente nel 1924. La sua fu una politica economica liberista, fatta di rigore morale e riduzione della spesa pubblica. Promosse il Patto Kellogg-Briand del 1928 per rinunciare alla guerra come strumento di diplomazia, scelse di non ricandidarsi alle elezioni lasciando la presidenza a Herbert Hoover, tornando a vita privata nel 1929.

Di seguito il testo completo del discorso della giovane Ruth, che colpì molto il presidente, perché reclamava il diritto dei nativi a guidare il proprio futuro, senza vittimismo, ma con l’orgoglio della storia e tradizione secolare di un popolo e dei suoi leader:

“Signor Presidente, ci sono state così tante discussioni sul cosiddetto problema indiano. Non potremmo noi, che siamo gli studenti indiani d’America e dobbiamo affrontare il peso di quel problema, dirle cosa significa per noi? ​Lei sa che nei tempi antichi ci furono grandi leader indiani, uomini di visione, coraggio ed elevati ideali. La storia ci parla prima di tutto del Capo Powhatan, che incontrò un popolo sconosciuto sulle coste del suo paese e lo accolse come fratello; di Massasoit, che offrì amicizia e condivise il suo regno. Poi apparve un altro tipo di leader, il capo di guerra, che combatteva per difendere la sua casa e la sua gente. I membri della mia razza non dimenticheranno mai i nomi di Re Filippo, di Capo Giuseppe, di Tecumseh. Per noi saranno sempre venerati come grandi leader che ebbero il coraggio di lottare, combattendo per il proprio onore, martiri della terra dei loro padri. Cornstalk, il grande oratore, Giacca Rossa dei Seneca e Sequoyah dei Cherokee furono altri celebri leader della nostra razza che hanno contato molto nello sviluppo del mio popolo.

Non fu un caso che questi antichi leader fossero grandi. C’era una forza nascosta, una grande ambizione interiore che li guidava, una profonda penetrazione di visione e un alto idealismo a spingerli ad andare avanti. ​Ciò che rese grandi i vecchi leader vive ancora nei cuori dei giovani indiani di oggi. La stessa potenziale grandezza giace nel profondo dell’anima degli studenti indiani di oggi, che devono diventare i leader di questa nuova era. La vecchia vita è andata. Bisogna trovare un nuovo sentiero, perché il vecchio non è più adatto per proseguire il viaggio. E siamo felici che sia così. Ma questi leader più giovani, che devono guidare il loro popolo lungo percorsi nuovi e mai intentati, hanno forse davanti a sé un compito più duro rispetto alla lotta per la libertà combattuta dai nostri anziani. ​Il nostro deve essere il compito di guidare questa gente vigorosa e per nulla vicina all’estinzione, di nuovo verso la sua legittima eredità di nobiltà e grandezza. Il nostro deve essere il compito di guidarla attraverso queste difficili fasi di transizione verso l’indipendenza economica, verso un’espressione più adeguata della sua arte e verso un risvegliato vigore spirituale. La nostra è una visione acuta e profonda quanto qualsiasi visione del passato.

Vogliamo comprendere e accettare la civiltà dell’uomo bianco. Vogliamo diventare cittadini degli Stati Uniti e fare la nostra parte nella costruzione di questa grande nazione che amiamo. Ma vogliamo anche preservare quanto di meglio c’è nella nostra civiltà. Vogliamo offrire il nostro contributo unico alle civiltà del mondo, portare i nostri doni specifici all’altare di quella grande unità spirituale e artistica che una nazione come l’America deve possedere. Questo, Signor Presidente, è il problema indiano che noi, in quanto indiani, ci troviamo ad affrontare. Nessuno può trovare la soluzione al posto nostro. ​Per trovare una soluzione dobbiamo avere scuole; dobbiamo avere l’incoraggiamento e l’aiuto dei nostri fratelli bianchi. Già esistono delle scuole, ma il loro numero è pietosamente inadeguato. E già si è iniziato ad avviare un’intelligente e partecipe comprensione dei nostri bisogni e del nostro anelito attraverso sforzi come quelli rappresentati da questo libro. Per questi ultimi, oggi come mai prima d’ora, il cammino futuro per l’indiano appare chiaro e brillante di speranza. Ma restano ancora molte lunghe e faticose miglia prima di giungere alla fine” (Fonte: Teaching American History).

Ruth dimostrò che la gioventù indigena era pronta a guidare una nuova era, parlò con dignità e orgoglio dicendo le cose più semplici e ovvie del mondo: non si può omologare un popolo, cancellandone le tradizioni secolari, perché si ribellerà sempre. La sua determinazione e consapevolezza colpirono il presidente Coolidge che il 2 giugno 1924, firmò la legge che concedeva la cittadinanza a tutti i nativi americani. Era nata a White Water, nella riserva in territorio indiano del Delaware, morì a Tucson, Arizona, è sepolta nel cimitero di Riverside a Waterbury, Connecticut. Ai suoi studenti ripeteva sempre: “Indians are people too, don’t forget that”: anche gli Indiani sono persone, non dimenticatelo. Vinse il premio Henry Morgenthau nel 1926.

Francesca Sammarco

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi