//Route 66, la strada che è diventata un mito

Route 66, la strada che è diventata un mito

di | 2026-01-11T11:08:32+01:00 11-1-2026 1:01|Punto e Virgola|0 Commenti

Route 66. O più semplicemente Strada Madre perché fu una delle prime autostrade federali statunitensi. Fu aperta l’11 novembre 1926 e originariamente collegava Chicago alla spiaggia di Santa Monica, attraversando 8 stati: Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, Nuovo Messico, Arizona e California, per una distanza complessiva di 3940 chilometri (2450 miglia). Non è un strada qualunque che collega posti così lontani, ma una vera e propria istituzione che nel corso dei decenni ha ispirato poeti, scrittori, cantanti, sceneggiatori… Oltre che meta dei sogni di coloro (di ogni età e generazione) che la identificano come simbolo di libertà (e anche di trasgressione).

La via fu ufficialmente rimossa dal sistema delle highway (autostrade) nel 1985, quando assieme alle altre fu rimpiazzata dallo Interstate Highway System. Oggi la strada esiste con il nome di Historic Route 66 ed è comunque percorsa ogni giorno da auto e moto di qualunque cilindrata.

Curiosa la storia dei soprannomi  che nel corso degli anni le sono stati attribuiti.  Si va da Grande Via Diagonale (a causa del suo andamento diagonale al contrario delle altre autostrade) a Corso dell’America; da Strada Madre (fu battezzata così da John Steinbeck in Furore e il nomignolo è utilizzato ancor oggi) a Highway, come la definì Will Rogers nel 1952, tanto che la targa che dedica la strada all’umorista è ancora dov’era l’estremità occidentale a Santa Monica (California).

Negli Usa si cominciò a parlare di questa strategica via di comunicazione nel 1923, soprattutto su impulso di Cyrus Avery, nativo dell’Oklahoma. La US 66 fu aperta al traffico nel 1926, ma la pavimentazione fu completata solo nel 1938. Avery voleva fortemente che questa strada avesse un numero pari e propose il 60, ma per una serie infinita di polemiche e rivendicazioni di vario genere alla fine ci si accordò sul 66 in quanto Avery pensò che la ripetizione del numero fosse facile da ricordare e piacevole da dire ed ascoltare.

Il traffico crebbe enormemente in pochi anni sia per le tante zone attraversate, ma soprattutto perché larga parte del tracciato era pianeggiante e ciò la faceva preferire dai guidatori di mezzi pesanti. Il Dust Bowl (letteralmente, conca di polvere), una terribile serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939, vide molte famiglie rurali, principalmente provenienti da Oklahoma, Kansas e Texas, percorrere la strada per cercare nuove opportunità ad ovest. La Route 66 divenne il percorso preferito da queste persone, spesso denigratoriamente chiamate Okies (i contadini migranti poveri che si trasferirono in California e altri stati durante la Grande Depressione). E ciò consentì alle popolazioni che vivevano lungo il percorso di avere un buona fonte di reddito. Spesso infatti la strada attraversava piccoli paesi e così il traffico crescente aiutava a creare lungo il percorso minuscole imprese familiari (mom-and-pop) fra cui stazioni di servizio, ristoranti e officine per auto .

Come tutte le altre highways anche la 66 aveva il fondo in terra battuta. Grazie agli sforzi dell’Associazione della Route 66, divenne la prima strada completamente asfaltata nel 1938. Molti erano i punti pericolosi così che alcuni tratti la fecero conoscere come Bloody 66 (Sanguinosa 66), ma subito vennero avviati lavori per migliorare la sicurezza e togliere le curve più pericolose. Un tratto (attraverso le Black Mountains in Arizona) era costellato di tornanti e considerato così pericoloso che i primi viaggiatori, troppo spaventati alla prospettiva di guidare da soli su una strada così pericolosa, spesso ingaggiavano piloti locali esperti del tracciato. Nonostante tutto la Route 66 rimase molto popolare.

Negli anni Cinquanta, la Route 66 divenne la strada preferita da chi si spostava verso Los Angeles per vacanza. L’aumento vertiginoso del turismo dette impulso alla nascita di molte attrazioni commerciali lungo tutto il tracciato: motel a forma di tepee (la capanna indiana), negozi a forma di budino, negozi con oggetti dei nativi americani e fattorie specializzate nell’allevamento di rettili. Il locale Meramec Caverns vicino a San Louis fece pubblicità proclamandosi come il nascondiglio di Jesse James. Il ristorante The Big Texan pubblicizzava che avrebbe regalato una cena con bistecca da 2 kg a chiunque fosse riuscito a mangiarla completamente in un’ora. È sulla 66 è stata anche inventata l’industria del fast food con il Red Giant Hamburgs a Springfield (Missouri), che fu il primo drive-in, ed il primo McDonal’s a San Bernardino.

Nel 1956 l’inizio della fine della Route 66 perché il presidente Dwight Eisenhower firmò il Federal-Aid Highway Act (Atto per l’aiuto federale per le autostrade). Eisenhower era un generale e, durante la Seconda Guerra Mondiale, aveva combattuto in Germania dove era rimasto impressionato dalle autostrade tedesche, un sistema che permetteva trasferimenti ad alta velocità. Ritenne che si potesse applicare un sistema simile anche negli Stati Uniti per permettere di viaggiare velocemente da uno stato all’altro (e anche di spostare rapidamente truppe in caso di emergenza nazionale).

Nel 1990 il Missouri dichiarò la Route 66 strada di interesse storico. Ma nessuno, un secolo fa, avrebbe potuto immaginare che quella lunghisima lingua di terra sarebbe diventata molto più di un’infrastruttura, ma un vero e proprio elemento fondante dell’America moderna. “The Mother Road” compie dunque cento anni. Di viaggi, fughe, illusioni, sogni e anche disillusioni. È la strada che ha insegnato agli americani a muoversi, ma anche a raccontarsi. La Route 66 è entrata presto nell’immaginario collettivo grazie alla letteratura, al cinema e alla musica, che hanno creato un autentico mito.

Steinbeck la descrive come una sorta di cordone ombelicale dell’America, capace di nutrire la speranza di chi parte con nulla e di collegare comunità lontane. Il termine “mother” non indica solo l’importanza logistica, ma un valore simbolico, quasi affettivo.

 

Oggi sopravvive a tratti (è percorribile circa l’80% dell’intero percorso), attraversa cittadine quasi fantasma e altre nate in modo inaspettato, popolate da viaggiatori in cerca di se stessi e di una rinnovata identità. La Route 66 si percorre per scelta, raramente per necessità. A cento anni dalla sua nascita, “The Mother Road” rimanda comunque ad un potente messaggio: non è più la strada più veloce per arrivare, ma forse è ancora la migliore per capire da dove vengono gli americani. E forse un po’ anche tutti noi.

Buona domenica.

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