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Roma, a Villa Medici cinema al chiar di luna

di | 2026-08-27T20:18:52+02:00 30-8-2026 0:35|Sezione 8, Spettacolo|0 Commenti

ROMA – C’è un luogo che ha il privilegio raro di essere allo stesso tempo un monumento storico, un’istituzione culturale viva e un giardino dove la sera si può guardare un film sotto le stelle. Villa Medici, sul Pincio, sede dell’Accademia di Francia a Roma dal 1725, ospita dal 16 al 20 settembre la sesta edizione del suo Festival di Film, una rassegna giovane, nata nel 2021, che in pochi anni si è ritagliata uno spazio preciso nel panorama cinematografico europeo: non un festival generalista, non una vetrina per blockbuster d’autore, ma un luogo di ricerca intorno alla domanda di cosa sia il cinema quando dialoga con l’arte contemporanea.

Il format è volutamente ibrido. Il programma si articola in tre sezioni: il concorso internazionale, che presenta dodici film recenti di ogni genere e durata — fiction, documentario, cortometraggio, saggio visivo — senza vincoli geografici o formali; la sezione Focus, dedicata alle opere fuori concorso con rassegne carte blanche riservate ai membri della giuria e incontri con i registi; e le grandi serate nel Piazzale, proiezioni all’aperto di anteprime e classici restaurati aperte a un pubblico più ampio. Quasi quaranta proiezioni in cinque giorni, distribuite tra le sale storiche della villa e gli spazi aperti che guardano su Roma. È una densità che non schiaccia: il festival ha la misura giusta per permettere agli spettatori di seguire davvero il programma senza dover scegliere tra dieci cose contemporaneamente.

La giuria di questa edizione riunisce tre figure che incarnano lo spirito di apertura del festival. Zar Amir Ebrahimi, attrice e regista franco-iraniana, è diventata uno dei volti più riconosciuti del cinema d’autore internazionale dopo il Leone d’oro a Cannes del 2022 per la sua interpretazione in Les Nuits de Mashhad. Rosa Barba è un’artista italiana che lavora con il cinema come medium artistico — installazioni, proiezioni, oggetti filmici — e la cui presenza in giuria segnala l’attenzione del festival per il confine tra cinema e arti visive. Radu Jude, regista rumeno tra i più originali del cinema europeo contemporaneo, porta uno sguardo radicale sulla forma e sui limiti del linguaggio cinematografico. I tre assegneranno il Premio Villa Medici al Miglior Film e il Premio Speciale della Giuria, entrambi accompagnati da una residenza per i registi premiati: un gesto che trasforma il riconoscimento in un’opportunità concreta di lavoro e ricerca.

L’edizione 2026 porta con sé un peso in più. È dedicata alla memoria di Lili Hinstin, scomparsa quest’anno a quarantotto anni. Programmatrice e direttrice artistica, Hinstin aveva cominciato il proprio percorso professionale proprio a Villa Medici, come responsabile del cinema dal 2005 al 2010. Aveva poi guidato il festival di Locarno tra il 2018 e il 2020, e aveva contribuito in modo determinante alla nascita del Festival di Film di Villa Medici, di cui era rimasta membro del comitato di selezione e organizzazione fino alla fine. Dedicarle questa edizione non è un gesto puramente commemorativo: è il riconoscimento di una visione che ha contribuito a dare forma a ciò che il festival è: la convinzione che il cinema possa essere un luogo di pensiero oltre che di spettacolo e che l’istituzione culturale abbia il compito di custodire quello spazio.

Il comitato di selezione — composto da Mathilde Henrot, programmatrice e fondatrice di Festival Scope, Clément Postec, Nicolas Raffin e Valentine Umansky, curatrice alla Tate Modern di Londra e borsista Villa Medici per l’anno 2026-2027 — ha lavorato con un criterio dichiaratamente aperto: registi professionisti, artisti plastici, artisti visivi, pratiche diverse. Il festival accoglie opere che mettono in discussione il rapporto con le immagini, che lo sconvolgono o lo rinnovano, senza privilegiare un genere o una provenienza geografica. È una postura curatoriale che richiede coraggio, perché rinuncia alla rete di sicurezza del nome noto o del formato atteso, e scommette sulla qualità dello sguardo piuttosto che sulla riconoscibilità del prodotto. Villa Medici come sede non è una scelta neutra.

Il festival non potrebbe essere altrove senza essere un’altra cosa. L’Accademia di Francia a Roma — istituzione fondata nel 1666 da Luigi XIV per formare gli artisti francesi attraverso il contatto con la tradizione italiana — ospita ogni anno borsisti selezionati tra le migliori pratiche delle arti visive, della musica, dell’architettura, della letteratura, del restauro. Il festival nasce dentro questo ecosistema di residenza e ricerca, e ne porta il segno: non è una manifestazione che viene ospitata in uno spazio storico come potrebbe essere ospitata altrove, ma un evento che ha senso in quel contesto specifico, con quelle persone, in quella città. Le serate nel Piazzale — Roma sullo sfondo, il cielo di settembre, uno schermo sotto le stelle — sono parte del programma tanto quanto le proiezioni in sala. In un panorama di festival sempre più grandi, sempre più costosi, sempre più orientati verso la visibilità mediatica e il mercato internazionale, il Festival di Film di Villa Medici sceglie una direzione diversa: piccolo, denso, curatorialmente preciso, radicato in un luogo con una storia e in una comunità di ricerca.

Non è una scelta di ripiego: è una posizione. Il cinema che interessa al festival non è quello che ha già trovato il suo pubblico: è quello che sta ancora cercando la sua forma, che lavora sui margini del linguaggio, che usa l’immagine per fare domande invece che per dare risposte. È un tipo di cinema che ha bisogno di spazi come questo per esistere — spazi che non chiedono la garanzia del successo, ma offrono il tempo e l’attenzione necessari per far emergere qualcosa che altrimenti resterebbe invisibile.

Ivana Tuzi

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