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Roberto Alajmo rivive quell’estate del ‘78

di | 2021-08-01T02:02:49+02:00 1-8-2021 6:40|Cultura, Sezione9|0 Commenti

PALERMO – Ѐ opportuno chiarire subito che, nonostante il titolo riguardi la stagione luminosa per eccellenza, il penultimo libro di Roberto Alajmo, L’estate del ’78 (Sellerio, Palermo, 2018, €15), non è affatto un testo solare; non si occupa infatti di sole, spiagge o simili temi ameni e vacanzieri, legati alla voglia di leggerezza tipica del periodo estivo. Scritto dall’autore in prima persona, il libro è invece un viaggio esistenziale dai toni crepuscolari, che evocano le tinte di alcuni quadri di sua madre: “Ragazza con le calze nere” e “Il vecchio seduto sul muro”.

Nel libro, Alajmo riannoda i fili della sua infanzia attorniata da zii, zie, nonni, da Marcello, il fratello più piccolo, dalla madre Elena Parrino e dal padre Vittorio: infanzia che, come per tanti bambini, va in pezzi “a Natale, quando a casa della nonna giochiamo a sette e mezzo, a tombola o al mercante in fiera” e scopre che “i parenti mi lasciano vincere apposta”.

Lo scrittore ci introduce nel cerchio sempre più ampio degli smottamenti che fanno franare il mondo magico e dorato che precede le consapevolezze degli adulti, come quando ad esempio apprende da suo padre la notizia del cancro incurabile di nonno Roberto. Alajmo, rivisitando il tredicenne di allora, confessa: “Questa cosa della morte non l’ho ancora messa a fuoco. Stanlio e Ollio a parte, alcuni parenti sono morti prima che io nascessi, ma nessuno di davvero prossimo, da quando sono nato. Me lo dovevo aspettare, prima o poi, ma ugualmente la cosa mi inquieta. Comincia la Grande Seccatura”. In parallelo, quasi come in un gioco di specchi, racconta poi il suo graduale, inconsapevole commiato dall’infanzia del figlio Arturo: “C’è stata pure un’ultima volta in cui ho preso in braccio mio figlio. Ho fatto uno sforzo grande. Ho pensato cose tipo – Arturo, ma quanto pesi? Quand’è che cresci e la smetti di addormentarti sempre nei posti sbagliati? – . Non potevo sapere che quella era l’ultima volta che succedeva”.

Ma il commiato più difficile da raccontare e, soprattutto, da “digerire” è quello dalla madre, morta a 42 anni il 31 ottobre 1978, dopo la mitica estate della maturità. Anche perché la morte di Elena non è una morte “normale”: è stato un suicidio. Maestra elementare, seguace convinta delle idee educative di don Milani, impegnata per anni a studiare per diventare direttrice didattica, pittrice per passione e per talento, madre tanto inquieta quanto dolce e affettuosa, con cui Roberto e Marcello giocavano insieme nel lettone a indovinare le risposte a “Rischiatutto”… Elena, come le scrisse in una dedica il poeta Ignazio Buttitta, “vulissi afferrare ‘u munnu  e ‘u munnu ci scappa ri manu…”.

Un quadro di Elena Parrino, mamma di Alajmo

A mamma Elena il mondo scappava di mano per una grave dipendenza da farmaci, che la portò a vari, inutili e dolorosi ricoveri presso una nota clinica palermitana. Il disturbo psichico di cui soffriva sua madre Roberto Alajmo ce lo racconta unendo la vocazione di cronista  – che gli impone l’obbligo, anche crudo e minuto, di indicare diagnosi medica, di fornire la descrizione impietosa e precisa della malattia e dei suoi effetti devastanti  – e l’amore pudico e tenace di figlio, colpito al cuore due volte, dalla malattia della madre e dalla separazione dei genitori, avvenuta nel 1976  “quando i genitori che si separavano erano uno scandalo senza precedenti, che ti portavi addosso senza scampo dalla pubblica compassione”, con la madre che lascia la casa di via XX Settembre, per andare ad abitare all’ultimo piano di un palazzo di periferia. Dove ormai la dipendenza da farmaci diventa “padrone dei suoi giorni e delle sue notti. Lei non fa niente per contrastarlo, e nessuno fa niente per contrastare lei”.

Roberto Alajmo bambino

Dopo questa full-immersion nella dolorosa storia personale di Roberto – narrata dall’autore con misura, senza fronzoli, senza virate sdolcinate – chi legge trova il tassello che mancava per comprendere appieno l’ispirazione di fondo della sua scrittura. Anche se gli esiti narrativi di uno scrittore non sono mai sovrapponibili alle sue vicende biografiche, si capisce di più la sapienza dolente, ironica, piena di compassione di un libro come “Repertorio dei pazzi della città di Palermo”, la straordinaria “confidenza” con la morte, ad esempio in “Notizie dal disastro”, la vena grottesca e noir di tanti suoi romanzi, che inevitabilmente si fermano al venerdì santo, senza nessuna resurrezione all’orizzonte.

E si intuisce che neppure la catarsi della scrittura potrà sanare del tutto certe ferite dell’anima, che a volte sanguinano ancora.

Allora il gesto incompiuto nel luglio del ’78, nella stradina assolata di via Stesicoro a due passi dall’azzurro del mare, quando – nell’indimenticabile estate della maturità – Roberto vide per l’ultima volta sua madre seduta sul marciapiede per salutarlo, quell’abbraccio mancato… chi legge avrebbe quasi quasi la voglia di darglielo lei…

Maria D’Asaro

 

Ha lavorato nella scuola media come psicopedagogista e docente; dal 2020 è giornalista pubblicista. E’ autrice del blog: Mari da solcare
https://maridasolcare.blogspot.com

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