PERUGIA – Non si sono conosciuti e neppure sfiorati. Non avrebbero potuto, tra l’altro. Uno infatti, Francesco, nato nella “valle mea spoletana” (così la chiamava), in quanto era morto nel 1226 (quest’anno ricorrono gli 800 anni dall’evento); l’altro, Giotto, perché venuto alla luce nella “valle gioiosa” (questa la definizione in una pergamena del tempo) del Mugello, a nord di Firenze. Eppure, queste due figure – curioso: entrambe provenienti dalla prospera borghesia dell’epoca (il padre del primo commerciava in stoffe, il secondo si gloriava di essere un proprietario terriero) – fecero scoccare la scintilla che portò ad una vera e propria rivoluzione. Anzi due: una dei cuori e dello spirito (Francesco), una della pittura e dell’arte in genere. 
Della rivoluzione religiosa di Francesco (talvolta “tradita” anche dai seguaci) non è qui il caso di parlarne, anche se si è rivelata il “motore primo” del ribaltamento dello stile pittorico in auge sino ad allora. Di quest’ultimo invece è giusto ed opportuno trattare. A buona ragione. Nei giorni scorsi è stata presentata a Roma nel palazzo del Collegio Romano ed alla presenza del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, la mostra “Giotto e San Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento”, a cura di Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi, che hanno selezionato 60 opere, già collocate per essere ammirate dal 14 marzo al 14 giugno, nelle sale della Galleria nazionale dell’Umbria a Perugia.
I curatori, per dimostrare il loro assunto (la rivoluzione pittorica) hanno puntato sui lavori di Giotto (non si sa se fosse un nome proprio o un diminutivo) di Bondone (padre dell’artista) e dei senesi Simone Martini e Pietro Lorenzetti. I tre, vennero chiamati in epoche diverse (i lavori nella basilica superiore di Assisi iniziati con una bolla del 1288 di Niccolò IV – primo papa francescano proveniente da un paesino vicino ad Ascoli Piceno, al secolo Girolamo Masci – si conclusero nel 1300 inoltrato) insieme ad uno stuolo di altri artisti come il Maestro di Figline, il Maestro di Farneto, il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro di Paciano, il Maestro di Cesi e tanti altri aiuti, in gran parte umbri. 
Nessun esperto è in grado di dire quanto tempo Giotto rimase ad Assisi. Probabilmente non tantissimo, se risulta che il pittore fosse legatissimo al suo Mugello, dove si era sposato ed aveva avuto otto figli (di cui ad uno diede il nome di Francesco) e se i critici riconoscono la sua mano solo su alcune scene (delle 28 complessive) degli affreschi, con tanto di didascalia descrittiva, fissati sulle pareti della basilica. Aspetti da tecnici, questi. Varrà sottolineare che Giotto si ispirò alla “Legenda” di San Bonaventura e che l’insieme dell’opera appare come una sorta di libro illustrato, una enciclopedia della vita del santo (il primo in assoluto nella storia del Cristianesimo a mostrare le stigmate).
Chi vorrà visitare la mostra ed avere una visione complessiva di quel “cantiere” assisano, farà bene ad osservare prima gli affreschi e poi spostarsi a Perugia per capire il cammino della “rivoluzione” pittorica. Giotto, allievo di Cimabue (chi non rammenta la O tonda o la mosca dipinta così realisticamente da ingannare il maestro?), anche lui convocato ad Assisi per affrescare il transetto, avvia il taglio netto con il passato: non più la visione latino-greca-bizantina della fissità ieratica, ma del movimento.
Insomma, l’artista e gli altri hanno rivoluzionato la pittura tra il XIII e il XIV secolo abbandonando la bidimensionalità bizantina per tuffarsi nel naturalismo e nella profondità spaziale. Hanno umanizzato, per dirla in altri termini, le figure sacre, descrivendo le loro emozioni, realizzando volti realistici e gestualità espressiva, spalancando le porte verso il Rinascimento. Il tutto partito dai ponteggi della basilica assisana.
Elio Clero Bertoldi

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