NUORO – Sbagliare è inevitabile, la vera colpa per l’uomo sta nel non riconoscere i propri difetti interiori e nel giustificarli seguendo ciecamente la massa. L’errore è una condizione naturale dell’individuo, ma diventa pericoloso quando lo si ignora o lo si ripete per imitazione. Nessuno nasce perfetto, la perfezione non è di questa terra, perciò si può dire che commettere errori è qualcosa di umano e comune. I vizi e gli sbagli non dipendono dagli altri o dal luogo in cui si vive, ma risiedono dentro di noi. Occorre però superarsi per vincerli, per evitare che si ripetano e possano divenire deleteri per se stessi e per gli altri. Sbagliare può essere comparato all’essere malati. Quando uno sta male deve ricorrere a qualsiasi espediente per guarire e ritrovare la salute perduta. Quando si commettono degli errori, la guarigione inizia nel momento in cui si ammette lo sbaglio. D’altronde, chi non ammette di sbagliare non può migliorare.
Spesso si vive seguendo l’esempio degli altri anziché la propria ragione. Cadere nell’errore collettivo è più facile di quanto sembri. Quando un comportamento sbagliato diventa una moda, è facile che la società inizi a considerarlo giusto. Perdere la retta via è molto semplice, perché l’errore prende il posto delle azioni corrette nel momento in cui viene compiuto da tutti indistintamente. Ma, come dice il detto, «errare è umano, perseverare è diabolico» è pertanto doveroso che ogni essere umano rifletta sulle proprie azioni, si ponga domande e cerchi , attraverso la riflessione, il modo per auto-correggersi.

Il filosofo stoico Lucio Anneo Seneca
Seneca, per questo, consigliava di interrogarsi ogni sera sulle proprie azioni della giornata. È più facile rimediare a un difetto prima che questo diventi un’abitudine radicata. Secondo il filosofo, il saggio non è colui che non cade mai, ma colui che usa la ragione per rialzarsi e correggersi ogni giorno. Viviamo nell’era della critica feroce e del disprezzo collettivo digitale, dove l’errore è una condanna. Senza perdono non c’è speranza. Duemila anni fa, Lucio Anneo Seneca, nel «De Clementia» ci avvertiva che una società che pretende la perfezione assoluta è una società destinata al vuoto. Lo stesso Euripide, nell’opera «Ippolito», dalle semplici labbra della nutrice faceva trapelare le seguenti parole: «Figlio, perdona: sbaglia ogni mortale», parole che sembrano scritte per difendersi dal tribunale dei social, dei media e dalla finta perfezione degli algoritmi, come affermava Saro Trovato nel maggio del 2026.
Hannah Arendt, in The Human Condition, opera del 1958, identificava il perdono come l’unica forza politica capace di spezzare le catene del passato. «Senza essere perdonati, liberati dalle conseguenze di ciò che abbiamo fatto, la nostra capacità di agire sarebbe, per così dire, confinata a un singolo atto dal quale non potremmo mai riprenderci; rimarremmo vittime delle sue conseguenze per sempre». In un mondo dominato dalla tecnologia, da internet, dai social che spesso celano la verità delle cose, ingigantiscono l’errore, esaltano o umiliano senza pietà, chi sbaglia finisce alla gogna, cade nelle sabbie mobili e annaspa fino a essere risucchiato e soccombe. Seneca, tantissimi anni fa, aveva trovato la soluzione a tutto ciò.

Bozzetto dell’allegoria della clemenza
Per reagire a questa deriva, la cura non può risiedere nell’indifferenza, ma in un ritorno consapevole alla clemenza. Secondo il filosofo, chi è senza peccato scagli la prima pietra, nessuno è esente dall’errore. Nella vita di tutti i giorni «abbiamo peccato tutti, chi più gravemente, chi più leggermente, chi per proposito, chi spinto dal caso o trascinato dall’altrui malvagità; […] né soltanto abbiamo mancato, ma mancheremo fino alla fine della vita». Occorre perdonare e perdonarsi per gli sbagli commessi, solo così si può comprendere il valore dell’errore per non ripeterlo una seconda volta, affrontando a testa alta gli strali della vita e trovando soluzioni ai problemi. Clemenza e perdono sono le fondamenta per una vita retta. Chi accusa, chi punta il dito è spesso qualcuno che ha già sbagliato o che, inevitabilmente, sbaglierà in futuro. Secondo Seneca, infatti, chi ha raggiunto un equilibrio morale perfetto non è nato “puro”, ma è giunto all’innocenza attraverso l’errore. Per la filosofia stoica, sbagliare non significa essere sbagliati. L’errore fa parte della crescita e può diventare un’occasione per conoscersi meglio, imparare e ripartire con maggiore consapevolezza.
Il fallimento non dovrebbe essere vissuto come una colpa da nascondere, ma come un passaggio naturale dell’esperienza umana. Perdonare e accettare l’errore è un atto di resistenza umana. Dobbiamo avere il coraggio di sbagliare, di cambiare idea, di inciampare e di rialzarci. La nostra fallibilità è l’ultimo baluardo della libertà. Secondo la filosofia stoica, l’unico vero bene risiede nella virtù e nella capacità di mantenere la lucidità razionale di fronte agli eventi esterni, che spesso non possiamo controllare. Secondo tale visione l’errore smette di essere un danno irreparabile, una tragedia irreversibile e si trasforma in una tappa inevitabile nel percorso di auto-perfezionamento. Rivendicare il diritto all’errore non significa, per Seneca, giustificare la negligenza, ma riconoscere che l’essere umano è un essere in continua trasformazione e formazione, una sorta di continuo “cantiere aperto” spirituale e intellettuale. Ogni caduta lavorativa, scolastica o personale, è solo un esperimento da cui ricavare un nuovo dato utile per la crescita futura. 
Seneca, con le sue riflessioni ci ammoniva riguardo al fatto che l’opinione della folla, che oggi potrebbe essere espressa attraverso i “like”, le visualizzazioni o i giudizi sui social, appartiene a quella sfera di cose che sfuggono al nostro dominio diretto. Concentrarsi solo sul giudizio altrui significa consegnare la propria felicità a sconosciuti, distratti o malvagi, e trasformare ogni piccolo errore in una tragedia o in qualcosa di insormontabile. La vera gestione dell’errore non si deve mai basare sul senso di colpa o sull’autocommiserazione, ma solo sull’analisi razionale e oggettiva dei fatti. Seneca invita tutti a compiere un auto-esame serale, in cui ognuno di noi trova un momento di raccoglimento intimo in cui ripercorrere la propria giornata con benevolenza e rigore. Alcuni potrebbero pensare che il filosofo suggerisca la creazione di una sorta di tribunale in cui soppesare i propri errori per arrivare alla conclusione di una equa punizione per gli sbagli commessi, ma non è così. Seneca invita a un «tribunale interiore» volto non a condannare, ma alla risoluzione del problema attraverso la ricerca di una via atta a ricostruire, dalle macerie, qualsiasi cosa.
È, questa, la più alta forma di educazione e di apprendimento. La filosofia stoica ci insegna che riconoscere, difendere e praticare quotidianamente il proprio personale diritto all’errore è, ai giorni nostri, l’atto di ribellione intellettuale e morale più grande che un uomo possa compiere. Correggere gli errori che commettiamo è come saldare i frammenti di un vaso rotto utilizzando una lacca mescolata a polvere d’oro. L’antica tecnica giapponese del Kintsugi consiste infatti non nel nascondere le crepe e le lesioni ma nell’evidenziarle, rendendo l’oggetto riparato molto più prezioso e resistente dell’originale. Le lesioni sono i nostri errori, non vanno celati o non considerati ma esaltati, perché da segni di debolezza divengono così venature di valore, sempre chiare ed evidenti a chiunque.
Non nasciamo dunque “puri”, ma diventiamo giusti proprio attraverso la riparazione dei nostri sbagli. Costruire la nostra esistenza secondo il pensiero di Seneca significa rivendicare il nostro diritto di essere imperfetti come i vasi che, «pur avendo conosciuto la rottura, hanno trovato nell’oro della clemenza la forza di tornare integri, unici e profondamente umani».
Virginia Mariane

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