MILANO – C’è un momento preciso in cui il cibo ha smesso di essere solo nutrimento. Non è successo all’improvviso: è avvenuto per gradi, attraverso etichette lette più attentamente, acquisti ripensati davanti agli scaffali, domande rimaste a lungo senza risposta. Quasi tre italiani su quattro dichiarano oggi di privilegiare prodotti locali, sostenibili e provenienti da filiere responsabili. La metà afferma di aver migliorato la qualità della propria alimentazione negli ultimi anni. Uno su cinque, nelle scelte alimentari, fa attenzione alla sostenibilità. Sono numeri che descrivono un cambiamento culturale reale e che pongono una domanda: chi ha il compito di accompagnarlo, di renderlo comprensibile, di tradurlo in esperienza concreta invece di lasciarlo galleggiare tra le intenzioni? 
È da questa domanda che nasce “ReNest. Dalle radici al futuro. Un viaggio dentro al cibo”, il progetto promosso dal Gruppo Nestlé in Italia che dal 12 al 24 maggio 2026 ha preso forma negli spazi di CityLife, in Piazza Elsa Morante a Milano. Non una fiera, non uno showroom, non una campagna di comunicazione travestita da evento culturale: ReNest si definisce come una piattaforma di dialogo aperta alla città, realizzata con il patrocinio del Comune di Milano e di Assolombarda, con ingresso gratuito e un programma pensato per un pubblico trasversale: famiglie, bambini, addetti ai lavori, chiunque passi di lì e abbia voglia di fermarsi. La scelta del luogo non è casuale: CityLife è il quartiere simbolo della Milano contemporanea, un’area nata sulla riconversione dell’ex Fiera, progettata da tre dei maggiori architetti del mondo, abitata da chi ha scelto di vivere nella città che cambia. Portare lì una riflessione sul futuro del cibo significa intercettare una città in movimento, non un pubblico già convinto.
Il percorso si articola in quattro tappe che seguono la logica della filiera: le origini, dove tutto nasce dall’equilibrio tra risorse naturali, biodiversità e lavoro umano; la trasformazione, spazio di competenze e processi che danno forma ai prodotti; la condivisione, quando il cibo diventa relazione, cultura e scelta consapevole; e infine il futuro, dove si apre la domanda su cosa cambierà e cosa si può già cominciare a fare. È una struttura narrativa precisa, che non prende scorciatoie: invece di partire dagli slogan sulla sostenibilità, parte dalle cose concrete: da dove viene un alimento, come viene prodotto, cosa succede prima che arrivi su una tavola. La comprensione, qui, precede la persuasione. Ed è una scelta non scontata. 
Tra i dati che ReNest porta in evidenza, uno in particolare vale la pena sottolineare perché dice qualcosa di preciso sulla natura del problema: lo spreco alimentare domestico settimanale pro capite si è ridotto del 10% negli ultimi anni, ma supera ancora i 554 grammi e genera ogni anno oltre sette miliardi di euro di sprechi in Italia. Quello che colpisce, però, è la distribuzione per generazioni: i baby boomer ne buttano 352 grammi a settimana, la generazione Z ne butta 799. Non è una questione di valori — i giovani dichiarano di essere più attenti alla sostenibilità di quanto non lo fossero i loro genitori — ma di distanza. Più si è lontani dalla filiera che produce il cibo, più è difficile attribuire un valore concreto a ciò che si consuma. La generazione che ha comprato tutto online da sempre fatica, fisicamente e culturalmente, a percepire il peso di quello che butta. È un paradosso che nessuna campagna di sensibilizzazione ha ancora risolto, e che un percorso esperienziale prova ad affrontare in modo diverso: non dicendo, ma facendo vedere.
Il programma di eventi che ha animato ReNest per tredici giorni include showcooking, talk, laboratori e incontri con esperti di nutrizione, sostenibilità, psicologia alimentare e comunicazione scientifica. Tra gli appuntamenti, un viaggio tra racconto e showcooking dedicato alla storia della Perugina con la responsabile del Museo Storico e un Maestro della Scuola del Cioccolato; un incontro su mental health, coaching alimentare e nuovi guru del benessere con una psicoterapeuta, un divulgatore scientifico e un mental coach. La varietà non è decorativa: riflette la complessità reale del tema. Il cibo oggi non è solo nutrimento né solo sostenibilità: è identità, benessere psicologico, relazione sociale, scelta politica. Un progetto che voglia parlarne seriamente non può ridurlo a un unico registro. Vale la pena chiedersi, però, cosa significa per un’azienda come Nestlé promuovere un’iniziativa di questo tipo. 
La risposta più cinica — operazione di immagine, lavaggio verde, marketing mascherato da cultura — è quella più facile, e probabilmente quella meno utile. Le aziende alimentari più grandi del mondo sono al tempo stesso parte del problema e parte necessaria della soluzione: controllano filiere enormi, hanno le risorse per fare ricerca, hanno la scala per rendere accessibili prodotti sostenibili che le piccole realtà non potrebbero produrre a prezzi abbordabili. Il fatto che abbiano anche un interesse commerciale nel farlo non annulla la sostanza delle scelte che fanno (o di quelle che non fanno). ReNest si inserisce in un impegno dichiarato del Gruppo Nestlé verso la riduzione dell’impatto ambientale, il packaging responsabile, l’economia circolare. Che questo impegno sia all’altezza delle sfide che il settore alimentare ha davanti è una domanda legittima, ma è una domanda diversa da quella sull’utilità dell’iniziativa.
Milano, in questo senso, è il laboratorio giusto. Non solo perché è la città italiana più abituata a ospitare eventi che mescolano impresa e cultura, design e riflessione, commercio e pensiero — ma perché è la città che ha nel cibo uno dei suoi assi identitari più forti, dal Fuorisalone alle settimane dedicate alla gastronomia, da Eataly agli chef stellati, dall’Expo 2015 — che aveva proprio il cibo come tema — alle infinite iniziative che da quell’esperienza hanno preso forma. È un ecosistema che sa come trasformare un’idea complessa in un’esperienza accessibile, e che ha dimostrato di poterlo fare su scala urbana.
ReNest sceglie la direzione opposta a quella dei convegni specialistici e dei white paper aziendali: porta il tema dentro la città, in uno spazio frequentato ogni giorno da persone che non stavano cercando una risposta sul futuro del cibo, ma potrebbero trovarla passandoci davanti. È una scommessa sulla curiosità come leva del cambiamento, sull’idea che le grandi trasformazioni culturali non comincino dai convinti, ma da chi non aveva ancora pensato di avere un’opinione. Il cibo è il punto di ingresso più diretto che esista nella conversazione su come vogliamo vivere, cosa vogliamo lasciare, che tipo di mondo stiamo costruendo. Una conversazione che, una volta aperta, non torna facilmente indietro.
Ivana Tuzi

Lascia un commento