ROMA – Il fatto che nell’Auditorium dell’Università Tor Vergata a Roma, il 29 e 30 aprile scorsi sia stato affidato al concelebrato violinista Vincenzo Bolognese – già primo violino di spalla nell’Orchestra di S.Cecilia ed ora in quella del Teatro dell’Opera di Roma – l’esecuzione dei 24 “Capricci” del grande genovese Niccolò Paganini (1782-1840) spinge dapprima a dar conto almeno ad alcuni di coloro che lo hanno idolatrato: da Schumann a Brahms che scrisse nel 1862-3 le “Variazioni su un tema di Paganini” ossia il celebre ultimo suo “Capriccio”; il 6° lavoro di Liszt sui “Grandi studi di N.Paganini”; Rachmaninov, che rielaborò le tantissime Variazioni paganiniane; la “Rapsodia” di David Garret sull’artista; lo studio ancora sul “24° Capriccio” di Nicolò sia di Lutoslawski che di E. Ysáye, e così via.

Niccolò Paganini
Ma ancora merita che si torni sopra il tema del “demoniaco”, che circondò sempre Paganini, lui vivente. Certamente a quei tempi si respiravano ancora magìe e sortilegi, ma la magrezza e il pallore spettrale dell’uomo, sempre malaticcio in mano a medici specialisti, favorivano la credenza. Ma quello che soprattutto la rendeva credibile, era il sovrumano, davvero ultraterreno possesso della tecnica dello strumento. Quelle mani, dita, braccia di Paganini, si allungavano incredibilmente per raggiungere accordi comprendendo tutte le quattro corde con una sola mano.
Riusciva a realizzare stranissimi e spettrali armonici artificiali, a muoversi velocissimamente fra ottave lontanissime: tutti traguardi impossibili ai più, eccetto a chi era posseduto non dal demonio – come si pensava – ma dalla sindrome di Marfan, come hanno scoperto ricercatori più vicini a noi. Anche la sepoltura fu difficile per Paganini, rifiutandolo la Chiesa ovviamente: ma vinse questa ultima battaglia l’unico suo figlio, senza matrimonio, Achille, che in una Villa a Parma potè finalmente dargli l’impossibile meritato riposo.
Paola Pariset
Nell’immagine di copertina, l’apprezzato violinista Vincenzo Bolognese

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