/, Sezione 1/Quelle piccole ingiustizie quotidiane

Quelle piccole ingiustizie quotidiane

di | 2026-08-25T09:57:37+02:00 23-8-2026 0:01|Attualità, Sezione 1|0 Commenti

VITERBO – Ci sono giorni in cui nessuno ci fa un torto enorme, eppure arriviamo a sera con la sensazione di aver combattuto una piccola guerra. Una guerra fatta di attese, telefonate, file, commissioni, errori altrui da correggere e regole che sembrano funzionare benissimo soprattutto quando dobbiamo rispettarle noi. Le piccole ingiustizie quotidiane hanno una caratteristica precisa: prese una alla volta sembrano trascurabili. Cinque euro, venti minuti, una telefonata in più, un modulo da rifare. Il problema arriva quando cominciamo a sommarle.

Quando il nostro tempo vale meno Il nostro tempo sembra avere un valore molto elastico. Possiamo aspettare quaranta minuti in uno studio medico, restare appesi a un centralino ascoltando per la dodicesima volta la stessa musichetta o attendere un tecnico che aveva promesso di arrivare “tra le 9 e le 13”. Quattro ore di finestra temporale: praticamente un’eclissi. Se invece siamo noi ad arrivare con dieci minuti di ritardo, il sistema torna improvvisamente precisissimo. Appuntamento perso, pratica rimandata, prenotazione saltata. Qualcuno può utilizzare il nostro tempo senza pagarne il costo, mentre noi rispondiamo di ogni minuto.

Poi ci sono gli errori Una bolletta sbagliata, un doppio addebito, un pagamento mancante, un pacco segnato come consegnato mentre davanti alla porta c’è soltanto lo zerbino. L’errore nasce in pochi secondi e per sistemarlo possiamo impiegare ore. Numero verde, assistenza online, chatbot che ci chiede per la quarta volta “come posso aiutarti?”. Vorremmo rispondere: iniziando a capire la domanda. Anche uffici, aziende e servizi digitali ci regalano piccole prove di resistenza: dobbiamo ricordare password, codici, PIN, scadenze e procedure. Se sbagliamo una casella, la pratica torna indietro. Se il sito si blocca o due uffici forniscono indicazioni diverse, il problema resta nostro.

Cinque euro qui, venti minuti là Un’altra piccola ingiustizia quotidiana riguarda i costi minuscoli. Commissioni, spese di gestione, supplementi, rinnovi automatici. Tre euro qui, due euro là. Cifre abbastanza basse da scoraggiarci dal protestare. Per recuperarne quattro dovremmo investirne almeno dieci in tempo e nervi. Poi c’è la categoria dei furbetti da ordinaria amministrazione. Chi salta la fila perché “deve chiedere solo una cosa”, chi occupa due parcheggi, chi lascia l’auto dove capita per cinque minuti che diventano venticinque, chi ascolta un video sul telefono a volume pieno in sala d’attesa. Il proprio comodo viene fatto pagare agli altri. Ci sono anche quelli che attraversano la strada dove capita, ignorando serenamente le strisce pedonali a pochi metri di distanza. Tu freni, li fai passare e magari incassi pure un gesto poco elegante se mostri un minimo di disappunto. In pratica, oltre alla precedenza, qualche volta dobbiamo cedere anche la dignità. La parte più interessante riguarda noi. Quasi sempre lasciamo correre. Ci diciamo che per pochi euro non vale la pena, che per dieci minuti possiamo aspettare, che discutere ci farebbe perdere altro tempo. Abbiamo sviluppato una contabilità della seccatura: quanto mi costa protestare?

Perché finiamo per accettarle Così le piccole ingiustizie diventano abitudine. Entrano nelle nostre giornate senza chiedere permesso. Noi aspettiamo, richiamiamo, ricompiliamo, paghiamo, correggiamo e qualche volta chiediamo pure scusa per il disturbo. Forse è proprio questo il punto. Le grandi ingiustizie attirano attenzione e indignazione. Quelle piccole lavorano in silenzio, perché contano sulla nostra stanchezza. Una fila saltata cambia poco. Cinque euro cambiano poco. Venti minuti cambiano poco. Moltiplicati per mesi, anni e milioni di persone, cambiano invece parecchio. Riconoscere le piccole ingiustizie quotidiane serve almeno a chiamarle con il loro nome.

Magari continueremo a lasciarne correre molte, perché abbiamo anche una vita da vivere, però potremmo smettere di considerare normale tutto ciò che abbiamo imparato a sopportare.

Alessia Latini

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi