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Quando il “vaffa” diventa terapeutico

di | 2026-09-02T20:34:04+02:00 6-9-2026 0:40|Attualità, Sezione9|0 Commenti

VITERBO – Ci hanno insegnato a contare fino a dieci, respirare, lasciar correre, essere superiori. Tutto molto elegante. Peccato che, ogni tanto, al dieci ci si arrivi con la mandibola serrata e una lista mentale di persone alle quali vorremmo dedicare una parola sola, semplice e sorprendentemente efficace: “vaffanculo” . Prima precisazione: quello “terapeutico” non è una terapia e non sostituisce psicologi, meditazione, ferie o una sana fuga di due giorni con il telefono spento. È piuttosto un’immagine molto concreta di qualcosa che spesso facciamo male: mettere un limite. Dire sempre sì, spiegarsi troppo, tollerare per educazione, rispondere anche quando non ne abbiamo voglia, accettare richieste assurde pur di non sembrare scortesi. Alla lunga il problema non è la buona educazione, è la sensazione di aver lasciato agli altri libero accesso al nostro tempo, alla nostra pazienza e perfino al nostro umore.

Su questo la psicologia è meno folkloristica del titolo, ma abbastanza chiara. L’American Psychological Association ha ricordato nel 2025 che stabilire confini più solidi aiuta a proteggere tempo, energie e capacità personali e può ridurre il rischio di burnout. Imparare a dire no, soprattutto quando il riflesso automatico sarebbe acconsentire, è una competenza che si allena. Perfino le parolacce hanno conquistato un piccolo spazio nei laboratori. Una revisione pubblicata su Frontiers in Psychology nel 2024 ha raccolto studi secondo cui imprecare può aumentare la tolleranza al dolore acuto. I meccanismi non sono ancora del tutto chiari: possono entrare in gioco attivazione emotiva, distrazione, umorismo e disinibizione. Non significa che insultare il vicino curi la cervicale. Significa però che certe parole hanno una forza emotiva diversa dal linguaggio neutro.

Anche sullo stress esistono dati curiosi. Uno studio del 2023 su 253 partecipanti ha osservato un’associazione inversa tra uso di linguaggio profano e livelli di stress, ansia e depressione. È un risultato da maneggiare con cautela: correlazione non significa causa e il campione era circoscritto. Ma l’ipotesi della parolaccia come valvola di sfogo non nasce soltanto al bancone del bar. A questo punto arrivano le istruzioni per l’uso. Il “vaffanculo terapeutico”, innanzitutto, non deve necessariamente essere pronunciato. In molti casi funziona benissimo in silenzio, accompagnato da un sorriso civile e da un “no, grazie”. Questa è probabilmente la versione più evoluta. Va poi riservato alle invasioni, non a chi semplicemente ci contraddice. Il collega che pretende la quarta cortesia come se fosse la prima, l’amico che compare solo quando gli serve qualcosa, quello che manda “hai un minuto?” ed ha già preparato una riunione di quarantacinque.

Qui il principio è semplice: il nostro tempo non è un servizio pubblico. Non c’è spazio per i sensi di colpa retroattivi. Se abbiamo detto no senza umiliare nessuno, non serve passare le tre ore successive a costruire una memoria difensiva per il tribunale immaginario della nostra coscienza. “Non posso” è una frase completa. Anche “non voglio”, qualche volta, merita cittadinanza. Questo non significa legittimare l’aggressività, ma semplicemente smettere di confondere la disponibilità con l’obbligo e la gentilezza con la resa. Il vero “vaffanculo terapeutico” raramente ha bisogno di essere urlato. A volte è una telefonata che non facciamo, una richiesta che rifiutiamo, una discussione dalla quale usciamo prima che diventi inutile. Forse la sua forma migliore è proprio questa, recuperare il diritto di scegliere dove finiscono gli altri e dove ricominciamo noi. Con educazione, naturalmente.

Alessia Latini

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