Ci sono notizie che non solo colpiscono, ma che soprattutto fanno riflettere e che inducono chiunque sia dotato di un barlume di raziocinio a pensare come intervenire. Sembra incredibile che agli albori del terzo millennio esistano in Italia 425 Comuni nei quali non ci sono esercizi di generi alimentari. E dunque quasi 170.000 cittadini, solo per comprare il pane e il latte, devono spostarsi in un altro territorio. Inoltre in 1.124 Comuni (con una popolazione complessiva di oltre 630.000 residenti) è presente al massimo un’attività commerciale alimentare. 
I dati, elaborati dal Centro studi Tagliacarne nell’ambito del progetto Urban Pulse 15, certificano che, attualmente, nel nostro Paese esiste un evidente problema legato alla disuguaglianza territoriale nell’ambito dell’accesso ai beni essenziali, con tutta una serie di implicazioni che ricadono in maniera diretta sulla popolazione più anziana o sulle famiglie che non dispongono di un’automobile e, ancora, sulle persone fragili.
Tali condizioni svantaggiate evidentemente impattano sulla qualità della vita e piuttosto spesso si uniscono al tema dell’assistenza sanitaria e alla difficoltà di disporre di servizi sociali adeguati. E’ chiaro che siffatte tematiche non toccano chi vive in città o in Comuni più grandi, dove fioriscono quasi ad ogni isolato super e ipermercati che fanno a gara per proporre offerte e sconti d’ogni genere per accaparrarsi quote di mercato sempre più ampie.
Sempre dal Centro studi Tagliacarne si apprende che solo il 44,1% della popolazione italiana ha la possibilità di accedere ad un panificio entro 15 minuti, mentre il 35,4% ad una pescheria, il 59,7% ad un fruttivendolo e il 61,4% ad un supermercato. Si tratta di alcuni dati emersi da un’indagine condotta da Unioncamere, presentati nel corso di una audizione tenutasi presso la decima Commissione (attività produttive, commercio e turismo) della Camera dei Deputati per discutere della proposta di legge denominata “Istituzione e disciplina delle zone del commercio nei centri storici”.
Dall’indagine è emerso ancora che, a fine 2024, in Italia c’erano 5.523 Comuni con al massimo 5.000 residenti, per un totale di oltre 9,6 milioni di abitanti. E proprio in questi centri l’accesso ai servizi commerciali essenziali appare particolarmente disomogeneo: la densità di unità locali del commercio al dettaglio nei piccoli Comuni è di 9,24 ogni 1.000 abitanti, con un ritardo del 12,8% rispetto alla media nazionale. Nell’analisi emerge come il divario risulti maggiormente evidente in alcuni specifici settori quali l’elettronica, gli articoli culturali e l’abbigliamento.
Inoltre, 206 Comuni (di cui 205 con meno di 1.000 abitanti) non presentano alcun esercizio di commercio al dettaglio, coinvolgendo circa 51.200 persone. Il che equivale ad immaginare una città come Campobasso priva di un qualunque negozio di qualsiasi tipologia…
Proprio in questi territori così penalizzati va tenuto in particolare conto un parametro significativo: l’indice di vecchiaia, che misura il rapporto tra numero di anziani (over 64) ogni 100 giovani (under 15). In Italia, in base ai dati Istat, nel 2024 tale dato è pari a 199,8, il che significa che per ogni 100 giovani (0-14 anni), ci sono quasi 200 anziani (65 anni e oltre). Questo dato indica un significativo invecchiamento della popolazione italiana, con un aumento di quasi 7 punti percentuali rispetto al 2023. L’età media della popolazione è di 46,6 anni, in aumento rispetto ai 42,3 anni del 2004. 
Nelle aree commercialmente svantaggiate l’indice di vecchiaia è pari a 302,8, superiore del 46% rispetto alla media nazionale; nei 425 Comuni nei quali non ci sono esercizi di generi alimentari, l’indice di vecchiaia è 276, più alto del 32,9% rispetto alla media nazionale, mentre nei 1.124 Comuni in cui è presente al massimo un unico negozio di alimentari l’indice di vecchiaia raggiunge il valore di 266,1, superiore del 28,1% alla media nazionale.
“Le Camere di commercio – sottolinea Tiziana Pompei, vicesegretario generale di Unioncamere – sono disponibili a supportare i Comuni nella definizione degli elenchi delle zone commerciali sottoposte ad autorizzazione nonché nella definizione delle procedure di rilascio dell’autorizzazione, anche in considerazione del ruolo attribuito alle Camere di commercio nella gestione dello sportello unico per le attività produttive (Suap)”.
L’idea sarebbe anche quella di orientare i finanziamenti previsti per progetti condivisi pubblico -privato e di estendere tale misura a tutti i Comuni, anche e soprattutto quelli con popolazione superiore ai 5.000 abitanti, con l’obiettivo che il fondo possa sostenere interventi anche per recuperare i locali attualmente sfitti.
Certo, è sconvolgente solo pensare che ci sono tantissimi cittadini (spesso anzani, spesso malati e fragili, spesso soli) per i quali solo fare la spesa diventa un problema serio.
Buona domenica.

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