VITERBO – Litigare è un’arte, lo è sempre stata. Ma oggi sembra smarrita. Nella società iperconnessa e ipersensibile del XXI secolo, il conflitto – quello autentico, dialettico, generativo – è diventato un tabù. Si evita, si rimuove, si trasforma in silenzio passivo-aggressivo, oppure esplode in forme distruttive, spesso scomposte, online e offline. Ciò che manca è lo spazio del confronto sincero, dell’attrito che fa evolvere. Eppure, il conflitto è parte della vita, della politica, dell’amore, del lavoro, dell’amicizia. Dove ci sono relazioni, c’è differenza, e dove c’è differenza, prima o poi arriva la frizione. Il problema non è il conflitto in sé. Il problema è non saperlo più abitare. 
Viviamo in un tempo che premia la neutralità apparente e penalizza il dissenso. Il quieto vivere ha preso il posto del confronto schietto. La diplomazia, spesso, diventa compiacenza. Nei contesti familiari, scolastici, lavorativi, si tende a evitare lo scontro in nome di una “serenità” spesso solo di facciata. Ma ciò che viene rimosso, non si dissolve: fermenta sotto la superficie e si trasforma in malessere. Intanto, i social sono diventati il luogo principe del conflitto contemporaneo. È lì che oggi si litiga: nei commenti, tra sconosciuti, in tempo reale, senza filtri emotivi. Nessuna sfumatura, nessun tono di voce, nessuna pausa: solo reazioni. Il confronto si riduce a polarizzazione. Si risponde per attaccare, non per dialogare. Si litiga per vincere, mai per capire. Così, chi non regge il ritmo si ritira, si autocensura, si silenzia.
Questa difficoltà a gestire il conflitto ha conseguenze profonde. Nei rapporti personali, alimenta la distanza. Nelle dinamiche di gruppo, blocca la fiducia e la creatività. Nella sfera pubblica, favorisce il disimpegno, la sfiducia, l’intolleranza reciproca. E intanto si perde la possibilità di crescere insieme. Litigare bene – e sì, si può farlo – richiede maturità. Vuol dire esporsi senza ferire, ascoltare senza annullarsi, restare nella relazione anche quando è faticosa. Significa riconoscere che il dissenso non è un fallimento, ma una condizione inevitabile di ogni relazione viva. Serve una nuova educazione al conflitto. Non per moltiplicare gli scontri, ma per imparare a gestirli. Per allenare il pensiero critico, il rispetto dei limiti, la capacità di tollerare la complessità.
Non serve insegnare a non litigare: serve insegnare a farlo meglio. Litigare non è un problema. Forse è il modo in cui lo facciamo – o non lo facciamo più – a dover essere rimesso in discussione.
Alessia Latini

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