VITERBO – Ci sono luoghi che creano continue discussioni e contraddizioni. Alcuni li amano e li frequentano con piacere perché li considerano sinonimo di libertà; altri li contestano e ne auspicano la chiusura perché li ritengono discriminanti. A Trieste questa discussione prende la forma di un lungo muro bianco che attraversa la spiaggia e arriva fino all’acqua. È quello del Pedocin, il nome affettuosamente dato dai triestini al Bagno comunale Alla Lanterna: 74 metri di cemento e oltre tre metri d’altezza che da più di un secolo dividono gli uomini da una parte e le donne e i bambini, fino ai dodici anni, dall’altra. La separazione continua anche in mare, dove le due aree sono delimitate fino alle boe. 
La storia comincia quando Trieste apparteneva ancora all’Impero austro-ungarico. Il bagno fu inaugurato ufficialmente nel 1903, anche se le sue origini risalgono probabilmente a qualche anno prima. La divisione tra uomini e donne, allora dettata dalle rigide regole del decoro pubblico, era affidata inizialmente a una semplice staccionata di legno. Negli anni Trenta arrivò il muro in cemento. Nel 1959 quello esistente venne abbattuto e ricostruito qualche metro più avanti, lasciando più spazio al settore femminile, da sempre il più frequentato. Da allora il Pedocin ha attraversato guerre, cambiamenti politici e trasformazioni sociali senza perdere la propria identità.
Durante la Seconda guerra mondiale venne requisito dai militari e parte della ghiaia fu utilizzata per opere difensive. Nel dopoguerra lo stabilimento venne restaurato e tornò alla sua funzione. Alla fine degli anni Ottanta si tornò a ipotizzare l’abbattimento del muro, ma furono proprio i triestini a difenderlo. Al di là delle divisioni e della retorica, era ormai diventato un’istituzione, una particolarità della città da salvare. È forse questo l’aspetto più sorprendente della sua storia. Quello che un tempo era nato come strumento di separazione e di controllo dei costumi è diventato, per molte frequentatrici, uno spazio di libertà. Dall’altra parte del muro ci si può rilassare, parlare, prendere il sole e fare il bagno senza sentirsi osservate. Una protezione semplice e concreta, capace di trasformare una vecchia regola in una consuetudine ancora oggi sentita e difesa. 
E il Pedocin non vive soltanto di nostalgia. I numeri dell’estate raccontano uno stabilimento tutt’altro che dimenticato: tra maggio e luglio gli ingressi sono stati 106.696, con un incasso vicino ai 120 mila euro. Solo a luglio le presenze hanno raggiunto quota 53.610, in crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A rendere ancora più accessibile il luogo contribuisce il prezzo, appena 1,20 euro, ma soprattutto il suo carattere irripetibile: è contemporaneamente un pezzo della vita quotidiana triestina e una curiosità capace di attirare visitatori da lontano.
Anche il nome custodisce una storia tutta locale. “Lanterna” richiama il vicino faro, mentre “Pedocin” in dialetto può significare “piccolo pidocchio” oppure “cozza”. Le interpretazioni si moltiplicano: c’è chi lo collega ai soldati che frequentavano il bagno per lavarsi, chi alle cozze allevate nelle acque vicine e chi lo fa risalire a “ciodin”, il piccolo chiodo usato dai bagnanti per appendere gli abiti. Anche il nome, insomma, sembra appartenere più alla memoria e alla tradizione della città che a una spiegazione univoca.
Naturalmente, un luogo così singolare non può sottrarsi alle domande del presente. Un recente episodio, nato dall’ingresso di una turista nel settore maschile e degenerato in un acceso diverbio, ha riacceso il confronto: quella divisione è una tradizione da preservare o un antico retaggio ormai fuori dal tempo? È una forma di discriminazione oppure, per chi la sceglie, una possibilità in più di vivere liberamente lo spazio pubblico? Sono interrogativi che toccano temi contemporanei come l’inclusività, l’autonomia del corpo e il diritto a sentirsi a proprio agio negli spazi condivisi. E proprio qui il Pedocin diventa qualcosa di più di una curiosità locale: un piccolo laboratorio sociale nel quale una regola nata più di un secolo fa continua a confrontarsi con sensibilità profondamente cambiate. Non esiste una risposta capace di mettere tutti d’accordo. Per alcuni quel muro rappresenta una separazione che non ha più ragione di esistere; per altri è proprio quella separazione a rendere possibile un’esperienza di libertà che altrove sarebbe più difficile. 
Il paradosso è che entrambe le visioni convivono nello stesso luogo, costringendoci a guardare con occhi diversi qualcosa che oggi sembra impossibile, quasi a dimostrazione che le esperienze del passato, qualche volta, possono assumere un significato diverso nel presente. Forse è questa la più sorprendente delle contraddizioni del Pedocin: un muro costruito per dividere che, nel tempo, è diventato parte di una storia condivisa, difeso a spada tratta dai suoi assidui frequentatori. Quando tutto intorno cambia, lui continua a stare lì, come se il tempo si fosse fermato, sospeso tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati. Lo strano segreto del Pedocin è proprio questo: nato per separare, oggi è diventato per molti il confine di uno spazio vissuto in libertà, lontano dagli sguardi indiscreti. E mentre sempre più spesso i muri vengono costruiti per dividere, qui ce n’è uno che, paradossalmente, continua a unire una città e la sua storia. Un ricordo sospeso tra passato e presente che, bene o male, continua a far parlare di sé.
Paolo Paglialunga

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