MILANO – La lingua greca conduce immediatamente nel significato della parola pareidolia o illusione pareidolitica (dal greco εἴδωλον èidōlon, “immagine”, con il prefisso παρά parà, “vicino”). Vicino l’immagine, vicino un’illusione che il subconscio elabora e tende a ricondurre a forme familiari di oggetti o profili (naturali o artificiali) dalla forma casuale. La pareidolia è un’affascinante manifestazione della capacità del nostro cervello di interpretare il mondo che ci circonda, anche quando le informazioni che riceve sono ambigue o incomplete. È un fenomeno psicologico per cui si tende a vedere forme familiari, come volti o oggetti, in immagini o modelli casuali. È una tendenza innata e automatica del cervello a cercare schemi e significati, anche quando non ci sono. Può essere un gioco o diventare un’ossessione. 
Quante volte ci si è fermati a guardare una nuvola cercando di scoprire la forma di un animale o i contorni di un volto, ad osservare una fotografia e scoprirne volti o a guardare la natura e carpire sguardi magari in una strana corteccia d’albero? Questo fenomeno istintivo è la tendenza a vedere forme ed oggetti riconoscibili nelle strutture amorfe che ci circondano. Questa capacità innata è dovuta probabilmente alla necessità che avevano i nostri antenati preistorici di riconoscere un eventuale predatore mimetizzato tra la natura e riuscire a collegare pochi elementi visibili per individuare un animale feroce, necessario alla sopravvivenza della specie. Tutti possediamo questa attitudine e la utilizziamo quotidianamente, anche senza accorgercene.

Il “Trionfo della virtù” di Andrea Mantegna
Un viaggio altrettanto affascinante è nella storia dell’arte: molti artisti si sono divertiti a nascondere visi e personaggi all’interno di nuvole o vegetazione. Uno degli esempi più noti nella storia dell’arte è costituito dal gruppo di volti di profilo visibili tra le nubi del dipinto “Trionfo della virtù” (1502) di Andrea Mantegna, che già tempo prima aveva dipinto un cavaliere sul suo cavallo tra le nuvole poste dietro la colonna di San Sebastiano (1456). Nello stesso periodo Leonardo da Vinci descriveva questo fenomeno nel suo trattato sulla pittura: “E questo è: se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di varie macchie o pietre di vari misti, se ardai a inventionare qualche sito, potrai lì vedere similitudine de’ diversi paesi, ornati di montagnie, fiumi, sassi, albori, pianure, grandi valli e colli in diversi modi; ancora vi potrai vedere diverse battaglie e atti pronti di figure, strane arie di volti e abiti e infinite cose, le quali tu potrai ridurre in integra e bona forma”.
Mentre nell’affresco di Giotto dedicato alla morte di San Francesco, dipinto all’interno dell’omonima Basilica di Assisi nel XIII secolo, esiste il profilo di un dèmone. Se, tuttavia, gli elementi che caratterizzano un volto sono presenti in direzione capovolta, ecco che la pareidolia non si manifesta. La “natura morta reversibile” di Arcimboldo dal titolo “Ortolano” (1590), mostra proprio un volto composto da verdure viene ruotato di 180°, non riusciamo più a riconoscere i tratti umani perché prevale il riconoscimento dei semplici vegetali raggruppati in una ciotola. Andando a tempi più recenti troviamo le illusioni ottiche dei dipinti di Salvador Dalì, altro maestro della pareidolia.
Nonostante si tratti di una facoltà congenita nell’uomo, il tipo di oggetti individuati dipende molto anche dalle esperienze pregresse e dalla cultura visiva personale. Non è un caso che volti di Cristo o della Madonna appaiano sui muri, sugli alberi, sulle piastre dei ferri da stiro e persino sulle fette di pane tostato solo alle persone particolarmente credenti. In pratica, spesso, vediamo ciò che vogliamo vedere, ci facciamo accompagnare da presenze. Interessante è che in base a ciò che riconosciamo in una macchia si può dunque capire qualcosa anche della nostra personalità.
È sulla base di questo principio che lo psichiatra svizzero Hermann Rorschach ha definito un test – che porta il suo nome – nel quale l’osservatore deve comunicare quali immagini riconosce in dieci macchie di inchiostro simmetriche. Ma al di là dei risvolti psicologici resta senz’altro divertente cercare di riconoscere più volti possibile negli oggetti che ci circondano: un esercizio di creatività semplice ed efficace, adatto a qualsiasi età, capace di farci sorridere e farci sentire meno soli.
Claudia Gaetani

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