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Ottobre senza foglie: ma l’autunno dov’è?

di | 2025-10-24T17:10:28+02:00 26-10-2025 0:05|Attualità, Sezione 2|0 Commenti

MILANO – C’è un silenzio strano, quest’anno, nei parchi. Un’assenza sottile che non si nota subito, ma che si insinua poco a poco, come un pensiero lasciato in sospeso. Camminando lungo i viali alberati, si cercano i colori dell’autunno — quei rossi profondi, quei gialli caldi, quei marroni che scricchiolano sotto i passi — e invece si trovano alberi ancora verdi, o già spogli, o semplicemente stanchi, sbiaditi. È ottobre, e qualcosa non torna. Non torna nei rami, nell’aria, nel passo degli uccelli migratori, nel modo in cui la luce cade a terra. Negli ultimi anni ci siamo abituati a pensare al cambiamento climatico come a un insieme di eventi estremi: uragani, incendi, siccità. Ma c’è anche un’altra forma di trasformazione, più sottile, meno clamorosa, che si insinua tra le pieghe del quotidiano: è la mutazione silenziosa delle stagioni.

Non fa rumore, non apre i telegiornali, ma riscrive ciò che conoscevamo. E lo fa con una lentezza che disorienta, perché non urla: sussurra. In molti angoli d’Italia, questo ottobre è apparso sfocato. Le foglie non sono cadute nei tempi consueti. Alcune hanno resistito troppo a lungo, altre si sono arrese troppo presto, come se l’orologio della natura avesse perso la bussola. Secondo i botanici, il fenomeno ha cause precise: le estati più lunghe e calde prolungano la fase vegetativa delle piante, rallentando o alterando il processo di senescenza fogliare. In alcuni casi, invece, la siccità estrema o le piogge improvvise indeboliscono gli alberi, costringendoli a lasciar andare le foglie in anticipo. Il risultato è una dissonanza visiva: un autunno che non sa più essere autunno.

A ciò si sommano altri segnali, meno evidenti ma altrettanto eloquenti. Alcune specie di uccelli, come le rondini, posticipano le migrazioni. I funghi nascono fuori stagione, confusi dalla temperatura. In certe regioni, le piante da fiore rifioriscono a settembre, come se l’estate non fosse mai finita. Gli animali cambiano abitudini; gli insetti proliferano dove prima morivano con i primi freddi. È un caos silenzioso, un disallineamento dei tempi naturali, una musica che stona anche se le note sembrano corrette. La scienza osserva, misura, conferma. Ma la sensazione che qualcosa ci stia scivolando dalle mani non è solo dei climatologi: è anche di chi vive la natura senza strumenti, solo con gli occhi, con il naso, con la memoria. Perché le stagioni, oltre a essere cicli biologici, sono anche architetture emotive.

L’autunno, per esempio, non è solo un periodo dell’anno: è un’idea, un’atmosfera, un ritmo. È il ritorno alla calma dopo l’estate, la luce che si inclina, il desiderio di casa, il profumo delle castagne, i pomeriggi più corti. Quando questi elementi mancano o si deformano, non è solo il clima a cambiare, ma anche il nostro modo di abitare il tempo. E allora viene da chiedersi: cosa succede a una cultura quando il suo calendario naturale si scompone? Cosa resta delle feste legate ai raccolti, dei riti dell’inizio e della fine, del bisogno di stagioni per misurare la vita? Forse niente, forse tutto. Forse impariamo a fare senza. Forse ci aggrappiamo a ciò che resta, come si fa con le fotografie sbiadite. Ma proprio in questa incertezza nasce una nuova consapevolezza. Se le stagioni non sono più quelle di una volta, se i segnali a cui ci affidavamo iniziano a confondersi, allora forse tocca a noi allenare un nuovo sguardo.

Un’attenzione diversa, più flessibile, meno nostalgica. Non per dimenticare com’erano le cose, ma per capire com’erano davvero. E, magari, per proteggerle. La letteratura ci ha insegnato che l’autunno è la stagione della riflessione, del passaggio, della malinconia fertile. Eppure oggi questa malinconia assume un’altra forma: non è più la dolce tristezza di ciò che finisce, ma l’inquietudine di ciò che non accade più. È come aspettare un ospite puntuale che, per la prima volta, ritarda. E non sai se arriverà. Forse, tra qualche anno, ci abitueremo a questo ottobre incerto, come ci si abitua a una cicatrice. Forse smetteremo di cercare i segni precisi del passato e impareremo a leggere quelli nuovi, anche se meno poetici. Forse troveremo bellezza anche nella disarmonia, se sarà inevitabile.

Ma resta la domanda, silenziosa come le foglie che non cadono: l’autunno tornerà mai a essere quello di prima? O dobbiamo accettare che anche le stagioni, come tutto ciò che vive, cambiano — e che il nostro compito, ora, è imparare a stare dentro a quel cambiamento senza smettere di sentire?

Ivana Tuzi

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