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“Normal People”, due pianeti dalle orbite imprevedibili

di | 2026-05-08T14:56:19+02:00 10-5-2026 0:20|Cultura, Sezione 5|0 Commenti

MILANO – C’è un tipo di romanzo che non si spiega facilmente, perché la sua forza non sta in quello che racconta ma in come lo fa. “Normal People” di Sally Rooney — pubblicato nel 2018, tradotto in Italia da Einaudi con il titolo “Persone normali” — è uno di questi. In superficie è la storia di Marianne e Connell, due ragazzi irlandesi che si incontrano al liceo e si inseguono per anni, tra avvicinamenti e distanze, silenzi e parole sbagliate, amori che non si dichiarano mai abbastanza e separazioni che non si chiudono mai del tutto. Raccontato così sembra una storia d’amore come tante. Non lo è. Rooney, classe 1991, scrive con una precisione quasi chirurgica. La sua prosa è essenziale, priva di ornamenti, quasi distaccata: eppure riesce a entrare nei personaggi con una profondità che pochi romanzi raggiungono.

Il punto di vista narrativo si sposta continuamente tra Marianne e Connell, seguendo il flusso dei loro pensieri in modo così ravvicinato da produrre un effetto di intimità rara: il lettore sa cosa pensa ognuno dei due, vede i malintesi formarsi in tempo reale, osserva le parole non dette accumularsi fino a diventare muri. La miscommunication — la mancata comunicazione, sistematica, quasi strutturale — è uno dei motori principali del romanzo. I due si capiscono meglio di chiunque altro, eppure continuamente si mancano. Non per cattiveria, non per indifferenza: per paura, per orgoglio, per quella incapacità di dirsi le cose fondamentali che è forse il difetto più umano che esista. Marianne e Connell sono costruiti come un contrasto che poi si rivela una somiglianza. Al liceo, Connell è il ragazzo popolare, sportivo, benvoluto da tutti; Marianne è la solitaria, l’intellettuale, quella che non si sa bene come collocare. In apparenza agli antipodi.

Ma Rooney lavora con intelligenza su questo schema: la differenza più significativa tra i due non è quella di carattere, è quella di classe. Connell viene da una famiglia senza risorse; sua madre fa la colf proprio a casa di Marianne, la cui famiglia è benestante. Quando arrivano all’università di Dublino, le posizioni si invertono: Marianne si trova a suo agio negli ambienti colti e cosmopoliti del Trinity College, mentre Connell — il ragazzo brillante del paese — si sente improvvisamente fuori posto. La classe sociale non è solo uno sfondo nel romanzo: è una forza che plasma le identità, determina le insicurezze, decide chi si sente autorizzato a occupare spazio e chi no.

La salute mentale è l’altro grande tema del libro, trattato senza enfasi e senza soluzioni consolatorie. Connell sviluppa una depressione seria dopo il suicidio di un amico; cerca aiuto allo sportello universitario e trova un ascolto superficiale, quasi burocratico. Marianne attraversa relazioni in cui accetta di essere trattata male, in una dinamica che il romanzo non spiega didascalicamente ma mostra con precisione: qualcosa nella sua storia — i rapporti familiari, la percezione di non meritare cura — si traduce in una difficoltà a riconoscere quando viene ferita. Rooney non offre interpretazioni psicologiche facili. Mostra, e lascia al lettore il lavoro di capire.

La tecnica narrativa è uno degli aspetti più discussi del romanzo. Rooney usa i salti temporali con disinvoltura — ogni capitolo è datato, spesso si saltano mesi interi — e rinuncia ai trattini del dialogo, lasciando le battute incorporate nel testo senza segnali grafici. Una scelta stilistica che all’inizio può disorientare, ma che produce un effetto preciso: le parole dette e quelle pensate si mescolano, il confine tra il detto e il non detto si fa poroso, esattamente come lo è nella mente di chi sta dentro una relazione e non riesce a distinguere quello che ha comunicato da quello che credeva di aver comunicato. È una forma che racconta un contenuto.

“Normal People” ha diviso i lettori, e vale la pena dirlo. C’è chi ha trovato in Marianne e Connell due dei personaggi più reali e riconoscibili degli ultimi anni — due persone che faticano a sentirsi normali e che riescono a essere loro stesse solo quando stanno insieme. E c’è chi ha faticato a capire il fenomeno, leggendo nel romanzo una storia sentimentale sopravvalutata dalla critica. La polarizzazione è in parte una prova del contrario: i libri che lasciano indifferenti non dividono. Normal People tocca qualcosa che alcune persone riconoscono visceralmente e altre non vedono affatto — e quella differenza di ricezione dice probabilmente qualcosa sul lettore oltre che sul libro. Quello che Rooney riesce a fare, e che è più difficile di quanto sembri, è scrivere dell’amore senza romanticizzarlo e senza smontarlo cinicamente.

Marianne e Connell si amano — questo è chiaro fin dall’inizio — ma l’amore nel romanzo non risolve nulla, non guarisce nessuno, non compensa le insicurezze né colma le distanze di classe. È una forza reale che coesiste con tutti gli altri ostacoli, senza annullarli. È forse per questo che il romanzo risulta così contemporaneo: non perché parli di social network o di precarietà — lo fa, ma in modo laterale — ma perché ritrae una generazione che ha imparato a dubitare dei lieti fini senza smettere di cercarli. Una generazione che sa che l’amore non basta, e che lo vuole lo stesso.

Ivana Tuzi

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