Ci sono mancanze che pesano più delle altre. Perché quando si verificano sanciscono la fine di un rapporto lungo e solido, frutto di stima reciproca, di affanni condivisi, di amicizia spontanea; per diversi anni anche di frequentazione quotidiana, poi divenuta più rara per via delle vicissitudini che portano lontano. Dagli occhi, ma non dal cuore e dai sentimenti. L’altro giorno se ne è andato Nino Botta, valente giornalista e autentico maestro di vita e di professione per chi scrive.
Avrebbe compiuto 83 anni a dicembre e se lo è portato via nel giro di un paio di mesi una brutta malattia che pure aveva mandato qualche preoccupante segnale che lui aveva puntualmente sottovalutato e minimizzato fino a quando, messo alle strette, si era sottoposto ai controlli e alle analisi del caso. Sentenza senza appelli: male incurabile e fine molto vicina.
Nino era di Taranto come me e, quando lo conobbi, lavorava al Corriere del Giorno, il quotidiano (ormai scomparso) del capoluogo ionico. Aveva messo nel cassetto la sua laurea in Giurisprudenza per dedicarsi anima e corpo a quella che era molto più di una passione: una vocazione vera per un mestiere che interpretò con dedizione assoluta, competenza e professionalità. Era l’inviato al seguito della squadra rossoblù per narrare le gesta dell’epoca migliore del calcio locale, oggi sprofondato nelle categorie regionali. Le sue cronache (condite da profonda conoscenza e da arditi passaggi lessicali) mi affascinavano come lettore perché avevano la capacità di far rivivere l’evento sportivo anche a distanza di molte ore.

Da sinistra, Sergio Benincasa (direttore del Corriere dell’Umbria), Francesco Mandarini (presidente della Regione), Nino Botta e l’editore Leonello Mosca
Fu il primo ad intuire una qualche qualità in un giovane che studiava Fisica (quindi, assolutamente niente a che fare con il giornalismo) e che aveva solo una grande voglia di mettere su carta i pensieri che gli giravano per la testa. Incoraggiò quella passione latente e mi dette la possibilità di cominciare a pubblicare qualche articolo sul Corriere. Poi la sua carriera prese altre strade: prima al Quotidiano e poi nella breve e turbolenta avventura in un’emittente televisiva locale. Nel frattempo ero entrato nella redazione sportiva del giornale: lui continuava a seguirmi da lontano. Non mancavano le telefonate e gli incontri per un caffè; e nemmeno i consigli. Professionali, certo, ma soprattutto umani per difendersi in un mondo (quello della carta stampata) all’epoca popolato da mediocri, invidiosi e rancorosi. Ma anche oggi non è che la situazione sia molto cambiata…
La svolta agli inizi degli anni Novanta con la decisione di trasferirsi con tutta la famiglia a Perugia, dove un altro tarantino doc, Franco Cigliola, era diventato capo redattore al Corriere dell’Umbria. Fu lì che ci ritrovammo quando entrai nella Redazione Interni, mentre lui aveva rapidamente scalato le gerarchie per diventare prima capo redattore e poi, nel 1995, direttore responsabile. Erano gli anni d’oro del quotidiano nato quasi per caso in un sottoscala grazie alla felice intuizione e all’intrapendenza dell’editore eugubino Leonello Mosca. Tanto per avere un’idea, il “Corrierino” (come con tanta puzza sotto il naso lo definivano gli spocchiosi concorrenti) vendeva 23-24mila copie, stracciando puntualmente i ben più quotati Messaggero e Nazione che invece arrancavano a distanza,
Non aveva un carattere facile, Nino Botta. Parlava poco, più che altro borbottava. Aveva modi un po’ bruschi, ma era sempre in prima linea. Pretendeva rigore e ricambiava con generosità applicando alla lettera i principi basilari del giornalismo serio: prima la notizia (accuratamente verificata) e poi la scrittura senza fronzoli e inutili voli di fantasia. Articoli brevi (“Più scrivete e più aumentano le cazzate”, ripeteva spesso), titoli stringati ma efficaci. Sulla titolazione aveva una vera e propria ossessione perché – spiegava – il lettore va colpito e conquistato proprio con quelle poche parole. Quando una volta titolai con un certo timore “Parenti serpenti” a proposito di una vicenda in cui alcuni familiari avevano messo nei guai un politico, bofonchiò a mezza bocca in dialetto tarantino: “Accussì se face…” (così si fa).

Nino Botta intervistato da Federico Sciurpa, vice direttore del Corriere dell’Umbria
Fu mio direttore sia al Corriere dell’Umbria che in altre esperienze editoriali: al bisettimanale La Provincia e poi al Corriere Nazionale. Per farla breve, appena ne aveva la possibilità, mi voleva al suo fianco. Oggi nella mente si affollano ricordi, aneddoti, episodi. Avemmo la notizia della morte di Guido Mazzetti, l’allenatore che aveva portato per la prima volta il Perugia in serie B, alle 22,30 con il giornale ormai in chiusura, ma volle fare ugualmente una pagina intera dedicata ad una persona che aveva lavorato anche a Taranto e che lui aveva conosciuto bene. Io scrissi il pezzo, Gianni Mariacci (ottimo grafico) inventò su due piedi un menabò adatto alla circostanza, lui titolò e scelse le foto. Prima di mezzanotte tutto era pronto. In tempo per chiudere senza sforare.

La prima pagine del Corriere dell’Umbria con l’editoriale di Botta, neo direttore
Al Corriere Nazionale eravamo in 5 in redazione, ma due colleghi erano in ferie all’estero, uno si era ammalato e l’altro di riposo (di corta, come si dice in gergo). Quindi per fare il giornale eravamo rimasti in due. Lo guardai e abbozzai un “Possiamo ridurre la foliazione…”. Mi squadrò sbuffando il fumo dell’immancabile Marlboro e inarcò quasi impercettibilmente il sopracciglio. Non ci fu bisogno di altre parole. Per due giorni lavorammo a testa bassissima con una breve pausa per un panino e, sostenuti da una ventina di caffè, producemmo lo stesso numero di pagine (20 o 24, non ricordo), rispettando al secondo i tempi di chiusura.
Qualche anno fa, Marco Tarantino (uno che avrebbe dovuto fare il giornalista e che invece, per incomprensibili e ingiustificate evenienze della vita, ha dovuto fare altro) gli dedicò un magnifico ritratto pubblicato su Dialogo, il settimanale della diocesi. Il titolo in dialetto tarantino era: “Ce tu sinde ’nu lùcchele…” (cioè, se tu senti un urlo…) ed era la sintesi perfetta di come Nino (definito al pari del sottoscritto “penna esule”) interpretava l’esistenza con ironia e un pizzico di sarcasmo. Ma quel titolo era solo l’incipit perché la frase completa, sempre in colorito vernacolo ionico, era: “Se tu a casa mia senti un urlo, o sta vincendo il Taranto o sta perdendo il Perugia…”. Ad un giudice che mi interrogava come testimone in una causa per una vertenza di lavoro e che mi chiedeva se Botta come direttore fosse presente in redazione, risposi semplicemente: “Anche troppo”. Suscitando l’ilarità degli avvocati e dello stesso magistrato. Avevo detto solo la verità.

Nino Botta con Sergio Casagrande (a sinistra) e l’ex vice direttore Stefano Bisi
“Lasciava che fossero il lavoro e i risultati parlare per lui – ha scritto Sergio Casagrande, attuale direttore del Corriere dell’Umbria, descrivendo con commosso affetto il nostro ex direttore -. Oggi il giornalismo è cambiato. Le redazioni sono cambiate. Sono cambiati i tempi, gli strumenti e perfino il modo di leggere le notizie. Ma uomini come Nino Botta restano un punto di riferimento perché ricordano una verità che non invecchia: la credibilità di un giornale non nasce dagli algoritmi, dai clic o dai social. Nasce dalla schiena dritta di chi lo fa ogni giorno. Ed è forse questa l’eredità più preziosa che ci lascia un direttore di quelli che, davvero, non nascono più”.
Ciao, Nino. Mancherai a tutti quelli che ti hanno conosciuto e apprezzato (e anche criticato) e mancherai molto a me che ho avuto la fortuna e il privilegio di lavorare per tanti anni al tuo fianco.
Buona domenica.

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