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Nella morte di Davide disumanità e disprezzo

di | 2026-02-08T01:27:14+01:00 8-2-2026 0:05|Attualità, Sezione 2|0 Commenti

MILANO – “È incredibile che gli abbiano portato via il portafoglio invece di soccorrerlo, non ha proprio senso. Quelli non sono neanche esseri umani”: sono le parole pronunciate da Fabrizio Borgione, padre straziato dal dolore per la morte del figlio Davide (19 anni) avvenuta nella notte dello scorso 24 gennaio per strada a Torino a causa di un malore o incidente (le indagini sono ancora in corso), mentre rientrava nella sua abitazione in bici. Più dilaniante dover constatare che, invece di ricevere soccorso, nei suoi ultimi momenti sia stato derubato da altri esseri umani (?) quando era inerme ed agonizzante sull’asfalto.

Davide con la maglia granata del Torino, la sua grande passione

Le telecamere collocate lungo la strada hanno ripreso una prima auto che è passata sul suo corpo ed ha proseguito. Il guidatore – poi identificato – si è giustificato dicendo che pensava si trattasse di un dosso. Un secondo autoveicolo si è invece fermato, ma i due individui che erano a bordo sono scesi per rovistare nelle tasche e portargli via il portafoglio. Uno di loro – paradossalmente a sua discolpa – ha detto: “Non sapevo che stesse morendo”. Soltanto all’alba vengono ripresi un’altra auto ed un furgone, due uomini alla guida, Luca e Kevin, prestano a Davide i primi soccorsi e chiamano un’ambulanza. Ogni intervento per salvargli la vita si rileverà purtroppo vano e tardivo.

I funerali di Davide Borgione

La tragica sequenza non ha solo “dell’incredibile”, ma supera ogni limite dell’umana immaginazione. Durante una delle sue ultime udienze generali, in riferimento al quadro storico attuale, il Papa ha invitato a meditare sulla parabola del samaritano, sottolineando come la vita sia fatta di incontri e ribadendo che trovandoci “davanti all’altro, davanti alla sua fragilità e alla sua debolezza” possiamo scegliere di “prendercene cura o fare finta di niente”. La parabola tramandata dall’evangelista Luca (Luca 10,25-37) narra di un samaritano che si ferma di fronte ad un uomo moribondo, fascia le sue ferite “dopo averle pulite con olio e vino” e lo porta con sé in una locanda per curarlo. Prima di lui un sacerdote e un levita, rappresentanti della religiosità formale, erano passati oltre, ignorando quellumanità ferita. Il samaritano, che appartiene a un popolo disprezzato, rimarca il Papa “si ferma semplicemente perché è un uomo davanti a un altro uomo che ha bisogno di aiuto”. “La religiosità qui non c’entra – conclude Leone XIV – perché prima di essere credenti, le persone sono chiamate ad essere umane”.

Homuncio, mosaico del III sec.a.C. ritrovato nel 2016 ad Antiochia, nella Turchia meridionale

Con una generalizzazione inevitabile, trattandosi di una civiltà durata oltre un millennio, si potrebbe affermare che non ci sia stato un periodo che più di quello classico (greco-romano) si sia basato sull’humanitas, sull’antropocentrismo e non sempre solo su quello stolidamente ottimistico. L’uomo “antico”, pur consapevole delle proprie facoltà, non si sentiva onnipotente. Sprecati, pertanto, per questo triste fatto di cronaca, ricordare tutti gli intellettuali espressione di quel grandioso concetto di humanitas, dal momento che la pochezza d’animo, la miserabile disumanità degli sciacalli che hanno lasciato morire Davide, senza prestargli alcun soccorso, è molto più simile all’homuncio (omuncolo, povero essere) di Petronio.

L’homuncio è un piccolo scheletro dargento snodabile portato a tavola durante la celebre cena di Trimalchione, nell’opera Satyricon. Il liberto Trimalchione, presentandolo ai convitati, esclama: “Eheu nos miseros, quam totus homuncio nil est!” (“Ahimè, noi infelici, che nullità è tutto lessere umano!”).

Adele Reale

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