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Nel fango di una Natura devastata

di | 2022-12-04T07:01:07+01:00 4-12-2022 6:00|Attualità, Sezione 1|0 Commenti

MILANO – Anni di fango, la macchina del fango, gettare fango, il fango delle trincee di guerra: triste caleidoscopio di immagini, modi di dire, significati diversi fino al tragico morire nel sonno sommersi dal fango ad Ischia nel 2022. Colpa della pioggia intensa, continua ed inaspettata in quantità simili, colpa del riscaldamento terrestre, colpa della natura del terreno, colpa sempre di qualcuno o qualcosa, purché non la si imputi mai all’irresponsabilità dell’uomo che, per spregevoli interessi economici, ha costruito, cementificato, disboscato, tombato corsi d’acqua ed all’ignavia ed immobile colpevolezza della politica che non è riuscita neanche a spendere i soldi stanziati per la ricostruzione dopo l’ultimo terremoto.

Per il sisma del 2017 erano stati messi a disposizione per tutte le zone colpite, come si desume dalla Gazzetta Ufficiale “è autorizzata la spesa di euro 20.000.000 per l’anno 2019 e di euro 10.000.000 per l’anno 2020”; ben poco, tuttavia, o quasi nulla è stato speso; per questo “fare casamicciola” vuol dire provocare disordine, confusione, detto che risale al terremoto del 1883 che distrusse la cittadina ischitana, provocando 1313 vittime. Nell’isola, nell’ultimo trentennio, sono stati costruiti 135mila vani e sono state presentate 27mila pratiche di condono.

A ben indagare, l’origine di tanti disastri si potrebbe facilmente individuare in tali comportamenti, basti pensare che Ischia offre 50mila posti di ricettività turistica, pari a un terzo dell’offerta di tutta la regione Campania e che durante tutto l’anno si superano i quattro milioni di presenze distribuite su un territorio di appena 46 kmq con 62mila abitanti/residenti. “Gli antichi”, che rispettavano e temevano la Natura, non hanno mai costruito sul monte Epomeo (789 metri) oltre un certo limite altimetrico, né tantomeno hanno progettato strade lungo i crinali di scolo: usavano l’asino per andare a raccogliere la legna per riscaldar le case, c’era solo il ‘ciucciaro’ che si arrampicava su quei sentieri, una figura ormai solo dei ricordi del passato.

Non a caso una delle versioni del mito narra che Ischia è uno dei luoghi in cui Zeus recluse Tifeo o Tifone (Τυϕῶν) e sotto quel monte in uno degli antri tufacei è posizionato un suo giaciglio; pertanto non andrebbe assolutamente disturbato. Perfino l’etimo di Epomeo rimanda al significato “io miro”, “io guardo”, quasi a sottolineare che, raggiunta la cima, altro non può essere fatto che ammirare quello splendido paesaggio e goderne nell’animo.

“I moderni” al contrario ignorano la storia, la geologia, la meteorologia e si limitano travisare il senso profondo delle parole; per cui lo scempio e l’erosione sistematica del territorio prende il nome di condono edilizio: diabolico meccanismo legislativo per il quale in cambio di far cassa per quattro denari si svende il territorio e si consente tutto: dalla verandina, al soppalco, al mega albergo, alla strada panoramica sostenuta da colate di cemento. “I moderni” sanno giocare con le parole, perché hanno perso il senso diacronico della Storia e tutto, purtroppo non solo per le giovani generazioni su cui spesso cade quest’accusa, vive nel presente e nell’orizzontalità.

Basti citare il termine pace che non ha certo bisogno di spiegazioni, men che mai in questo periodo, ebbene anch’esso viene deturpato dall’aggiunta dell’aggettivo fiscale: ancora una volta condono, questa volta nei confronti di chi ha evaso il fisco; adattato ai tempi, in una sorta di rovesciamento, anche il vocabolo maestro (e di quanti buoni maestri avremmo oggi bisogno…) da magis/ter colui che più degli altri può dare, insegnare, in opposizione a ministro da minus /ter , colui che ha un ruolo minore in relazione  agli altri, al servizio degli altri.

Scrive il latinista Ivano Dionigi in “Benedetta parola” riferendosi alla classe politica nella sua interezza: “Fanno politica con 10 parole e per lo più impiegate male”, sottolineando quanto “la volgarità attuale è figlia soprattutto dell’incuria delle parole” e riflette amaramente su quanto tutti gli esponenti siano intenti non già a promuovere la cultura ed una feconda nonché fondamentale unione tra sapere, nella sua accezione più vasta, e potere e su quanto sia grande in tutti costoro soltanto l’impulso a scrivere in “prima persona libri programmatici o addirittura autobiografici, il più delle volte, ahimè, senza averne letto nessuno!”.

Offende la sensibilità, pertanto, questo battersi il petto adesso, a strage avvenuta, disturba le orecchie quest’uso di parole cosiddette di circostanza; sarebbe meglio tacere, riflettere, onorare in silenzio quei morti di incuria territoriale, politica ed umana ed evitare qualsiasi squallida lotteria dei numeri, nel rispetto di chi rimane con il suo dolore a piangere. Famiglie intere sono state cancellate, giovani vite (la vittima più piccola aveva solo 22 giorni) sono state spezzate; e mentre i vivi continuano a cercare i morti, guardando timorosi le ruspe e sperando che quei denti metallici non feriscano i loro cari, viene il dubbio che stiano pensando che non è accettabile morire inghiottiti dal fango, perché piove più intensamente della solita media mensile o che stiano ipotizzando, mentre il cielo si fa minacciosamente plumbeo, che il fango e il tempo sommergeranno la coscienza di chi ancora una volta ha devastato il territorio, giocando non solo con le parole, ma con la vita degli uomini.

Adele Reale

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