ROMA – L’isola della Sardegna è legata ad antiche tradizioni, radicate nella storia e nella cultura popolare, che ancora oggi sono più vive che mai, soprattutto quelle connesse al rito del matrimonio. Spesso capita di dover abbandonare la propria terra per ragioni di studio o di lavoro, ma quando la vita decide di sorprendere una futura sposa con il fidanzato inginocchiato davanti ai suoi occhi, che tiene in mano la scatolina con dentro l’anello con il diamante, il primo pensiero che salta in mente è quello di organizzare il matrimonio “a casa”. Il “sì, lo voglio” non potrebbe mai e poi mai essere pronunciato in un ambiente che non rispecchia le tradizioni con cui si è cresciuti, quelle che sono state raccontate dai propri nonni, quelle alle quali si è assistito ogni volta che qualche amico, parente o vicino i casa si sposava. Ma quali sono le usanze che, ancora oggi, vengono mantenute in uno sposalizio sardo?

“Sa domanda”
Forse è proprio l’attaccamento alle proprie origini a muovere le fila dell’organizzazione delle nozze in “tipico stile sardo”. A volte, è la voglia di far vivere agli invitati del proprio matrimonio (che magari non sono sardi) l’ebrezza di entrare a contatto con le usanze secolari e i riti scaramantici che solamente in Sardegna è possibile ammirare ancora oggi. Oppure, in alcuni casi, si tratta di pura emulazione di ciò che si è sempre visto. Quel che è certo è che il matrimonio sardo unisce sacro e profano e non celebra solamente l’unione degli sposi, ma l’incontro tra intere comunità. I riti simbolici connessi all’abbondanza, alla fedeltà e alla fertilità o i gesti di benedizione dei genitori la mattina del matrimonio, poco prima di recarsi in corteo in chiesa, sono elementi fondamentali e imprescindibili, che mai potrebbero mancare in un’occasione come quella delle nozze organizzate nell’isola sarda. Basti pensare ai canti a tenore, intonati durante la serenata alla futura sposa qualche giorno prima delle nozze, o ai canti in lingua sarda, poetici e tradizionali, che accompagnano i momenti più emozionanti del giorno del matrimonio: voci che s’innalzano al cielo come una dedica d’amore che i cori sardi cantano mentre circondando i neosposi appena usciti dalla chiesa.

Canti a tenore all’uscita dalla chiesa
Prima ancora del matrimonio, il giovedì prima delle nozze, una tradizione sarda prevede la preparazione del letto degli sposi da parte delle donne della famiglia. Ad essere precisi, da parenti della sposa ancora nubili, che dovranno scegliere lenzuola rigorosamente bianche e decorate in pizzo, in modo da far risaltare i petali dei fiori, il riso e il grano gettati sopra. Spesso, vengono aggiunti anche soldi e confetti, simboli indiscussi di ricchezza e felicità. Una volta sistemata la futura camera matrimoniale, sotto l’attenta supervisione di un’anziana della famiglia come segno di saggezza e conoscenza, sul letto degli sposi dovrà salire, poi, una bambina, emblema di buon auspicio e fertilità.

Letto dei futuri sposi
La mattina delle nozze, invece, lo sposo si presenta a casa della sposa per consegnarle il bouquet. Non vedrà la futura moglie, per la prima volta, in chiesa, ma tra le mura della casa dov’è cresciuta, ammirandola in abito bianco e promettendole che l’aspetterà all’altare. Ed è proprio sull’uscio di casa, poco prima di salire in macchina per andare in chiesa, che si svolgerà il rito di “Sa ‘ratzia”: la rottura di piatti in ceramica, non scheggiati, pieni di grano e riso, mandorle, uva passa e sale, monete, caramelle, foglie e petali di fiori, evocando, così, un forte augurio di prosperità per la nuova vita di coppia. In realtà, la rottura del piatto avverrà anche dopo la cerimonia, fuori dalla chiesa e all’arrivo nella location dove si terrà il ricevimento. Una piccola curiosità su quest’usanza è che i cocci dei piatti non devono essere né raccolti né buttati. Sarà il tempo a sbarazzarsene, facendo volare via anche i coriandolini fatti di carta velina colorata, preparati da una donna non ancora sposata, che dovrà poggiarli sui piatti poco prima che vengano gettati in terra.

Il rito di “Sa ‘ratzia”
E che dire delle immancabili “copulette”, i dolci degli sposi, o “Su confettu”, un dolce di mandorle, miele e scorza d’arancia, che si prepara il mercoledì prima del matrimonio e che poi si porta in ristorante per il buffet del dolci dopo “su cumbidu”, il banchetto nuziale. A dir la verità, un matrimonio sardo, però, non è tale se non c’è “Sa canoedda de is isposus”, il pane dei futuri coniugi a forma di ghirlanda, decorato a mano e regalato alla coppia come buon auspicio. Tuttavia, non dovrebbero mancare nemmeno “Su pane pintau”, una vera e propria opera d’arte considerata il pane nuziale per eccellenza, ricco di decorazioni floreali e zoomorfe, né “Su coro de isposus”, il pane degli sposi a forma di due cuori uniti.

Copulette, pane degli sposi, dolci tipici sardi e “Su confettu”
Insomma, il confine tra storia e quel che è oggi la modernità diventa un viaggio fatto di ricordi di famiglia, tradizioni gastronomiche locali, attaccamento alla propria terra e al paese d’origine. La Sardegna racconta e si racconta, innalzando un inno a ciò che i secoli hanno costruito e a tutto ciò che la memoria del popolo sardo ha custodito gelosamente, sia che si parli di riti centenari che di simboli scaramantici e portafortuna. Il matrimonio sardo, in fin dei conti, non è altro che una celebrazione di due storie d’amore.

Fedi in filigrana sarda
La prima è quella degli sposi. La seconda è quella tra la comunità sarda e i suoi riti antichi, i suoi gioielli in filigrana sarda, come le fedi che, si dice, un tempo, venissero create dalle Janas (fate benevole dell’isola che trascorrevano il tempo a intrecciare fili d’oro) e le antiche tradizioni tramandate di generazione in generazione, che continuano a sconfiggere le logiche del tempo, rimanendo, ancora oggi, più vive che mai.
Alice Luceri
Nell’immagine di copertina, il matrimonio sardo: un viaggio tra tradizioni popolari e simboli secolari dell’isola

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