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Le “veneri primordiali” di Maria Gimbutas

di | 2026-06-07T01:27:19+02:00 7-6-2026 0:15|Personaggi, Sezione 4|0 Commenti

ROMA – C’è un posto nel mondo dove il mito e i racconti popolari si sono tramandati oralmente più a lungo grazie alla sopravvivenza del paganesimo che ha conservato la sacralità di alcuni simboli. E’ la Lituania, la nazione più meridionale dei paesi baltici nella cui capitale, Vilnius, nacque nel 1921 l’archeologa Maria Gimbutas. Il suo nome è legato alla Grande Madre, il principio della vita nel suo eterno rigenerarsi e per questo comprendente anche la morte, il cui simbolo è la donna.

Maria Gimbutas

Dopo un’infanzia imbevuta di tradizioni e un folklore affascinante giunti intatti all’inizio del ‘900, proprio nella sua terra natale Gimbutas trovò un vastissimo materiale archeologico, linguistico e antropologico attraverso il quale raccontò un’altra storia, anzi, un’altra preistoria. Vi si dedicò per tutta la vita, elaborando teorie oggi accreditate dal mondo accademico internazionale ma che faticarono ad affermarsi anche perché era una donna ad aver fatto delle scoperte così importanti. I suoi studi introdussero una nuova visione del conflitto atavico tra i generi e furono il primo impulso per i movimenti per I diritti femminili nel secolo scorso.

Maria Gimbutas, infatti, identificò quelle oggi note come “veneri primordiali”, portate alla luce negli scavi nei paesi dell’antica Europa, come oggetti di culto della “Dea”. In quelle forme steatopige, nel Neolitico dai 6mila ai 3mila anni prima di Cristo, popolazioni non in contatto tra loro avevano intuito nella donna il tramite tra il sovrannaturale e il naturale e la centralità di questo principio bastava per conferire equilibrio a quelle società. Circa 500 statuette emerse dagli scavi erano la prova, secondo Maria Gimbutas, di una mentalità fortemente pervasa da questa concezione che il mondo accademico guardò subito con diffidenza, considerandola un’utopia. La guerra, infatti, era sconosciuta e sarebbe arrivata solo molto più tardi, portata dai Kurgan, popolazione proveniente dalle steppe russe.

Ma il culto della Dea o Grande Madre, principio femminile o femminino che dir si voglia ha lasciato tracce profonde nelle culture successive dove si è ripresentato a intermittenza, silenzioso, misterioso e affascinante ma sempre velato, con immagini poco chiare come, in Italia, la divinità sabina Vacuna o a Roma Anna Perenna.

Figure sacre, protettrici della fertilità e del raccolto, della vita, poi dileguatesi con il Cristianesimo e riapparse più tardi come streghe.

Un percorso da recuperare, quello in cui sono svanite nel tempo le “veneri” di Maria Gimbutas, oggi “liquidate” come manifestazioni di un’arte primitiva e non come espressioni di una mentalità molto più evoluta della nostra e priva di stereotipi.

Gloria Zarletti

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