La maternità per Maria D’Asaro si rivela come una scoperta continua. Essa è lo sperimentare di persona – perché non basta sentirlo raccontare – il quotidiano che è in realtà straordinario ogni volta che nasce un bambino. Basta saperlo guardare tra le righe questo fatto, annotarlo e riviverlo mentre diventa narrazione attraverso la scrittura. Non tutti sanno farlo ma l’autrice sì. Il bambino – nel titolo una citazione del capolavoro di Oriana Fallaci – “poi è nato” ed è il protagonista di questo romanzo. 
Con Maria D’Asaro diventa la guida attraverso un viaggio di formazione. In questo percorso a crescere sono entrambi: la mamma e il figlio. Il secondo chiede e la prima risponde in un dialogo continuo in cui ad imparare sono tutti e due mentre la lezione cui assistono insieme è quella della vita stessa. Il piccolo, delizioso racconto, inizia con l’attesa tra le paure e le premonizioni, poi continua con le gioie della nascita. La penna leggera della D’Asaro si snoda attraverso 114 pagine fluide a tratti non scevre dalle preoccupazioni per il.futuro. Ne emerge, oltre al filo rosso che lega una madre al figlio, anche una nuova visione della donna nella società moderna dominata dall’intelligenza artificiale con cui la protagonista si trova a misurarsi nel suo lavoro – oltretutto precario – di traduttrice. L’idillio tra madre e figlio rappresenta l’angolo di paradiso in cui si trova ogni donna che lavora, spesso sola nonostante ci sia un marito, padre di quel bambino che qui compare raramente ma solo come una figura sbiadita e insignificante.

La scrittrice Maria D’Asaro
Quella raccontata con delicatezza da Maria D’Asaro è una storia antica che si fa attuale ogni volta che una donna mette al mondo una creatura, miracolo che – nonostante si ripeta da sempre – viene considerato un fatto “normale” pur non essendolo affatto. L’autrice delicatamente ce lo ricorda senza rabbia né recriminazioni con la tenue angoscia della protagonista, con la sua solitudine, la sua piccola rete di solidarietà femminile. Un affresco dalle tinte delicate, un gineceo dei nostri tempi da leggere tutto d’un fiato.
Gloria Zarletti
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Esiste sentimento più forte di quello che lega la madre al proprio figlio, sin da quando è ancora nel ventre della donna? Ma anche quando, a poche settimane dal concepimento, quell’esserino lungo 5-6 centimetri e dal battito cardiaco acceleratissimo (16o pulsazioni al minuto) nasce, cresce, diventa bimbo, poi ragazzino, quindi adolescente e infine adulto. E’ un legame potente che niente e nessuno possono sciogliere e che ha sì motivazioni dettate dallo stesso sangue, ma ha pure ragioni ancestrali che razionalmente si fa fatica a spiegare.
Il tema di Lettere a un bambino poi nato (edizioni Diogene Multimedia), la seconda fatica letteraria di Maria D’Asaro, è proprio questo: il rapporto tra madre e figlio. Le angosce e le gioie, le ansie e le delusioni, i timori e le speranze, le inquietudini e le preoccupazioni e i problemi: che grande responsabilità portano con sé le mamme… “Forse, l’amore è ciò che si prova quando si ha tra le braccia il proprio bambino e lo si sente così piccolo, inerme, indifeso. E messo al mondo senza la sua autorizzazione”, racconta in un’intervista Oriana Fallaci a Marina Buttafava in appendice al suo Lettera a un bambino mai nato.
Nel titolo delle due opere c’è un’evidente assonanza e, in calce, la stessa D’Asaro scrive alla Fallaci scusandosi per l’ardito accostamento e spiegando che si tratta solo della storia romanzata di una madre che racconta al figlio della maternità, degli “imprevisti che non aveva messo in conto” e delle domande sulla vita che il piccolo le rivolge. Un percorso fatto di complicità e costellato di apprensioni (alcune pure eccessive), ma dal quale traspare in ogni parola, in ogni sillaba lo straordinario legame che lega una donna al proprio figlio.
Se in Una sedia nell’aldilà, Maria DAsaro aveva rivolto la sua attenzione verso personaggi pubblici e famosi (Andrea Camilleri, Peppino Impastato, Alex Langer fra gli altri, ma c’è anche il cagnolino Dipsy, destinatario di una dolcissima missiva), stavolta la trama è più che intima, all’insegna dei sentimenti. Che l’autrice tratteggia con ricchezza di particolari, distillandoli uno ad uno con stile piacevole e coinvolgente. Il libro si legge con piacere in quanto sa parlare al cuore di tutti (non solo delle madri), perché affronta temi delicati e profondi che la penna della professoressa palermitana sa cogliere con tocchi lievi e sapienti.
L’intimità e l’esclusività del rapporto materno (e filiale) non viene inficiata dalla decisione di non dare nome ai protagonisti della vicenda: ci sono solamente la madre, il figlio e, un po’ in disparte, il padre. Non è soltanto una scelta letteraria, ma si tratta invece di una sottolineatura potente: quel legame universale non ha bisogno di identificarsi con persone specifiche, individuabili attraverso l’enunciazione delle loro generalità, ma riguarda tutte le madri e tutti i figli, in ogni angolo del mondo.
Perché scrive Maria D’Asaro a Oriana Fallaci “sono convinta che tutte le donne abbiano un compito straordinario e prezioso: custodire, curare e far trionfare nel mondo la Vita”.
Nicola Savino

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