VITERBO – Ci siamo. Puntualmente, come ogni anno, nella settimana che precede Ferragosto si mette in moto il popolo dei curiosi, spesso indiscreti, impegnato a sondare abitudini e programmi altrui per capire come verrà celebrato il giorno più sopravvalutato e insensato dell’anno. E con loro torna anche il grande interrogativo: “Che fai a Ferragosto?”. Una domanda apparentemente innocente, quasi casuale, che in realtà nasconde un piccolo controllo sulla qualità della vita sociale altrui. Non serve sapere come stai, come va con il lavoro o se hai progetti per il futuro. No, l’importante è sapere cosa farai il 15 agosto. 
Eppure osservando con un minimo di onestà intellettuale l’assurda quotidianità di quel giorno, ci si accorge della gigantesca contraddizione del Ferragosto moderno. Per festeggiare una giornata dedicata al tempo libero, milioni di persone scelgono volontariamente di affrontare sveglie all’alba, code interminabili, parcheggi impossibili, prezzi gonfiati e livelli di stress inarrivabili. L’esodo verso il mare diventa così un rito collettivo. Le cosiddette ‘partenze intelligenti’ prevedono spesso di mettersi in macchina quando il sole deve ancora sorgere, per poi ritrovarsi comunque in fila insieme a migliaia di altre persone che hanno avuto esattamente la stessa brillante idea, che di intelligente ha solo il nome.
Il risultato è un viaggio che dura il doppio rispetto a quello di un normale giorno feriale, seguito dalla caccia al parcheggio perduto: quaranta minuti almeno passati a girare tra strade affollate con la speranza, sempre più ridotta, di trovare un posto auto adeguato e con la concreta possibilità di ricevere, qualche tempo dopo, una notifica della Polizia Locale di zona, che con precisione assoluta, riporta alla memoria di come quel parcheggio azzardato non fosse esattamente un capolavoro di legalità.
Ma appena sistemata la macchina, via di corsa alla conquista della spiaggia, anche se in molti casi, tutto era già stato preventivamente prenotato: centimetri di sabbia che andranno difesi come una proprietà privata. Ombrelloni così vicini che si finisce per conoscere meglio la famiglia accanto, invece della propria. Gruppi di amici compressi nello stesso spazio alla ricerca della perfetta giornata di evasione. E lì si rimane per ore, sdraiati sul lettino, perché nessuno osa affrontare l’eroismo di sistemarsi con l’asciugamano sulla sabbia rovente. Qualcuno si protegge sotto l’ombrellone, ma solo parzialmente, perché se ripari la testa, lasci i piedi al sole; se sistemi i piedi, il viso diventa bersaglio dei raggi. La crema solare difende la pelle, ma nulla può contro quella sensazione appiccicosa che trasforma il corpo umano in un vero e proprio adesivo da spiaggia. 
A metà mattinata finalmente un bel bagno al mare, tra migliaia di persone. E una volta finito anche questo rituale, arriva il momento più atteso e importante, quello che tutti aspettano con trepidazione: il grande pranzo. A Ferragosto il cibo non accompagna la festa ma è la festa stessa. Un cerimoniale con regole ferree, di principio: deve essere abbondante, rumoroso, con tempi biblici, costoso e naturalmente con il grande cocomero finale. Obbligatorio come le bollicine a Capodanno, a chiudere degnamente la grande mangiata. Come se una tavola semplice potesse compromettere il prestigio della giornata. Perché presentarsi con un pasto leggero, un’insalata e un po’ di frutta di stagione, rischierebbe di sembrare quasi una scelta provocatoria, un sabotaggio alla tradizione.
Poi qualche ora dopo la memorabile abbuffata, con conseguente ‘pennichella’ estiva, non può mancare il momento del ‘simpaticone’ di turno. Quello che, dopo un sonno profondo sulla sabbia e un risveglio pieno di energia, decide che il pomeriggio deve essere animato dagli immancabili e goliardici scherzi con i gavettoni. Un rito innocente per il novello Peter Pan, fino a quando il suo entusiasmo si va a scontrare con il culmine della pazienza di chi aveva scelto la spiaggia proprio per stare tranquillo. Passare dal sorriso divertito alla discussione animata, è un attimo. E in chiusura di giornata eccoci al gran finale: il viaggio di ritorno verso casa. La scena più malinconica e paradossale dell’intera festa. Tutti di nuovo insieme, sulla stessa strada e nella stessa situazione. Gli automobilisti che al mattino maledicevano il traffico ora affrontano il rientro stanchi, scottati dal sole, distrutti dalla fatica ma soddisfatti. Perché alla fine il vero obiettivo è stato raggiunto: portare a casa un ricordo a testimonianza che il rituale di Ferragosto è stato correttamente rispettato ma, soprattutto, orgogliosi di aver ottenuto diversi like sulle migliori fotografie pubblicate in tempo reale sui social. 
Perché a Ferragosto non basta stare bene: bisogna dimostrare di stare bene. E così viene quasi spontaneo ricordare Enzo, il personaggio interpretato da Carlo Verdone in Un sacco bello. Quel giovane bullo romano che, pur di non affrontare da solo il Ferragosto in città, immagina una fuga improbabile a Cracovia in cerca di avventure, provando, con spassosissime e improbabili telefonate, a convincere un amico qualsiasi ad accompagnarlo nel viaggio. All’epoca era una caricatura, a rivederlo oggi fa anche un po’ di tenerezza. Sembra quasi una profezia: l’ansia di apparire esclusi spesso pesa più del reale desiderio di divertirsi. Ferragosto, ormai, non è più soltanto un giorno di festa sul calendario: è diventato una vera e propria verifica sulla felicità estiva. Non basta più passare una bella giornata, stare bene e divertirsi. Bisogna fornire prove, fotografare tutto e inserire le migliori foto sui social a testimonianza della straordinaria giornata. Costi quel che costi.
Forse proprio per questo la grande trasgressione è quella di non organizzare nulla. Preferire di stare bene senza doverlo documentare sui social. Scegliere una giornata tranquilla, lontana dalla confusione. Il gesto più controcorrente può essere non organizzare una giornata epica, non inseguire la fotografia perfetta, non trasformare ogni momento in una prova da esibire. Restare in città quando le strade finalmente respirano senza traffico. Leggere un libro senza fotografare la copertina per comunicarlo al mondo. Fare una passeggiata serale in buona compagnia. Scoprire un borgo vicino casa, così vicino che per anni abbiamo ignorato. Cenare con pochi amici senza trasformare la serata in un evento, oppure semplicemente riposarsi in famiglia. 
E chissà se alla fine il Ferragosto più riuscito sarà proprio quello in cui non avremo sentito il bisogno di dimostrare nulla agli altri. Perché le giornate migliori non sono quelle che finiscono sui social, ma sono quelle che, pur senza strafare, rimangono impresse nella memoria dei nostri più piacevoli ricordi.
Paolo Paglialunga

Stupendo modo ironico di dire la verità assoluta che da troppo tempo nessuno ammette più neanche a se stesso sopraffatta dalla finzione dei social delle mode e del doveroso(?) rispetto delle tradizioni