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Ma quanto è bello essere imperfetti

di | 2025-10-10T12:41:16+02:00 12-10-2025 0:15|Attualità, Sezione 4|0 Commenti

MILANO – Viviamo in un tempo in cui tutto sembra dover essere perfetto. Le immagini sui social, i volti nelle pubblicità, le case nelle riviste di arredamento. Tutto è levigato, filtrato, armonico fino quasi all’irreale. E forse proprio per questo, l’idea di bellezza è finita per diventare qualcosa di fragile, distante. Ma se ci fermassimo un attimo a guardare ciò che ci emoziona davvero, scopriremmo che spesso non ha nulla a che fare con la perfezione. Anzi: ha a che fare con le crepe, con i segni del tempo, con ciò che non è perfetto e proprio per questo è autentico. C’è un modo diverso di guardare il mondo, e non è un’idea nuova.

Un esempio di wabi-sabi

In Giappone, ad esempio, esiste da secoli una filosofia chiamata wabi-sabi. È difficile da tradurre con precisione, ma potremmo dire che si tratta di un’estetica che trova bellezza nell’imperfezione, nell’incompleto, nel transitorio. Un piatto scheggiato, una foglia che ingiallisce, un mobile con il legno rovinato dal tempo: invece di nascondere questi dettagli, il wabi-sabi li accoglie. Perché raccontano una storia. E perché niente, davvero niente, è eterno o perfetto. La bellezza, allora, non è nel risultato, ma nel percorso.

Kintsugi, l’arte di riparare gli oggetti con filamenti di oro e argento

 

Un’altra pratica giapponese che incarna questa visione è il kintsugi, l’arte di riparare oggetti in ceramica rotti usando oro o argento. Le crepe vengono evidenziate, non nascoste. I cocci si ricompongono in una nuova forma, con una nuova luce, spesso più affascinante di prima. È un modo per dire che le ferite, se curate con attenzione, non solo non rovinano, ma arricchiscono. L’oggetto non torna com’era: diventa altro. E forse più vero. Più prezioso, proprio per le sue cicatrici.

Nell’arte occidentale, l’idea dell’incompiuto ha a sua volta una lunga storia, spesso carica di suggestioni. Pensiamo ai non-finito di Michelangelo, a quelle sculture in cui il marmo appare ancora intrappolato nella pietra grezza, come se la figura stesse lottando per emergere, lasciando visibile il processo creativo. Quei corpi non completati trasmettono una tensione profonda, un’energia che la finitura avrebbe forse attenuato. Il non-finito diventa così non una mancanza, ma un eccesso: di possibilità, di vita, di senso. Lo stesso vale in letteratura, dove il silenzio, il vuoto tra le parole, come i frammenti di Kafka o i romanzi interrotti di Pavese, hanno spesso più peso di un racconto chiuso e ordinato.

Tuttavia, oggi più che mai, questa bellezza dell’imperfezione rischia di soccombere sotto il peso della standardizzazione digitale. Le tecnologie che promettono di migliorare la nostra immagine — dalle app di fotoritocco all’editing video in tempo reale — non fanno che alimentare un’estetica della finzione. Ogni poro scompare, ogni curva si armonizza, ogni errore viene eliminato. Ma a quale prezzo? Se tutto si somiglia, se tutto è levigato, cosa resta del carattere, della personalità, dell’inatteso? L’imperfezione, in fondo, è ciò che rompe l’uniformità e permette il riconoscimento, la sorpresa, l’empatia. Eppure, c’è qualcosa di profondamente liberatorio nel guardare in faccia le imperfezioni — le proprie e quelle degli altri. È lì che si nasconde spesso la verità. Nella voce che trema, in una parola sbagliata, in una foto sfocata che però racconta un momento reale.

L’imperfezione ha una forza che non ha bisogno di farsi notare: tocca, avvicina, commuove. Fa sentire meno soli. In questo senso, accogliere l’imperfezione diventa quasi un atto politico. Un gesto controcorrente, in un mondo che chiede di essere sempre impeccabili. È un modo per tornare a noi stessi, per abbracciare anche ciò che non funziona, ciò che stona, ciò che non segue il copione. Perché spesso è proprio da lì che nasce la bellezza più autentica. La creatività, del resto, vive anche — forse soprattutto — nei margini, negli scarti, negli sbagli. I grandi artisti lo sanno: un colpo di pennello imprevisto, una crepa nella materia, una nota fuori posto possono trasformare un’opera. Possono renderla viva. Unica. Indimenticabile.

Allora forse vale la pena tornare a guardare con altri occhi ciò che non è perfetto. Un volto segnato dal tempo. Una parola detta male ma con sincerità. Un mobile graffiato, un gesto incerto, una storia incompiuta. Tutto questo non è da correggere, ma da ascoltare. Perché dentro l’imperfezione, spesso, c’è la parte più vera di noi. E riconoscerla negli altri è un modo per sentirsi più umani, più vicini. In ultima analisi, è proprio nelle fratture che si annida una certa luce. Come nel kintsugi, dove l’oro non nasconde la rottura ma la esalta, così anche nella vita e nell’arte sono le imperfezioni a restituirci profondità. Perché raccontano un processo, una trasformazione, una storia. E ciò che racconta, ciò che vive, vale sempre più di ciò che è soltanto perfetto.

Ivana Tuzi

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