ROMA – Era il 1775 quando, in Massachusetts, grazie al contributo di Paul Revere, venne condotta la prima identificazione odontoiatrica forense. Un evento accidentale, diventato un esempio da seguire, che ha consentito all’Odontologia forense, un’area di specializzazione della Medicina Legale, di rivestire, nel tempo, un ruolo chiave negli ambiti della giustizia e delle investigazioni.

La battaglia di Bunker Hill
Il 1775 è stato l’anno della battaglia di Bunker Hill, avvenuta durante la Guerra d’Indipendenza Americana e l’assedio di Boston. Fu proprio in quell’occasione che Paul Revere, artigliere americano che praticava anche l’Odontoiatria, a seguito dell’uccisione del suo amico Joseph Warren, colpito da un proiettile in pieno volto, 250 anni fa effettuò la prima identificazione forense di tipo odontoiatrico.
Il maggior generale Warren venne ucciso a soli trentaquattro anni e fu sepolto, per dispetto, in una fossa comune dal capitano dell’esercito inglese Walter Sloane Laurie. Nove mesi dopo, i suoi due fratelli e l’amico Revere, trovata la tomba, ne riesumarono il corpo, irriconoscibile. Essendo stato proprio Revere a modellare, tempo prima, il cablaggio per allacciare la dentiera di Warren con i suoi antichi strumenti del mestiere, l’artigliere statunitense fu in grado di comprendere, per la prima volta nella storia, se i resti dei denti d’avorio, rinvenuti sul corpo mutilato dai colpi delle baionette inglesi, fossero proprio quelli dell’amico. Tutto ciò fu possibile grazie al riconoscimento delle protesi inserite per sostituire il canino superiore sinistro e il primo premolare di Joseph Warren.

Strumenti attribuiti a Revere
È dunque merito di Revere se, oggi, l’Odontologia Forense è diventata un elemento chiave in vari settori d’intervento, venendo considerata il principale strumento a cui fare affidamento quando il riconoscimento visivo di un corpo risulta impossibile. L’analisi dentale, in combinazione alle informazioni ottenute dal DNA e alle impronte digitali, negli anni, ha consentito di dare un nome a tante vittime di disastri naturali e incidenti aerei, ai migranti morti in mare senza documenti e ad alcune vittime di omicidio.
L’Odontologia Forense è utile, inoltre, anche quando il DNA non è disponibile o è stato irreparabilmente danneggiato, come nei casi dei corpi carbonizzati e di tutti quei cadaveri ritrovati in stato di decomposizione avanzata. Infatti, denti o manufatti odontoiatrici potrebbero essere un essenziale supporto, valido pure per accertare le temperature raggiunte in un rogo.
Anni ’30, Cina: corpo carbonizzato non riconoscibile
Per questa ragione, è fondamentale un lavoro di squadra che vede interessati antropologi forensi, medici legali, odontoiatri forensi e tecnici delle impronte digitali. La buona notizia è che sono ormai numerosi gli studi dentistici, in Italia e all’estero, che eseguono radiografie e compilano cartelle cliniche ante mortem, messe poi a disposizione per possibili approfondimenti futuri. Tuttavia, non tutte le nazioni lavorano allo stesso modo.

Esempio di radiografia odontoiatrica sfruttata a fini forensi
Nella penisola scandinava è prassi comune, con una percentuale che supera il 50%, marcare le protesi rimovibili con un codice unico. In Svizzera, tempo fa, venne realizzato un sistema di identificazione composto da un dischetto di materiale ignifugo, inseribile nello smalto dentale, sul quale veniva inciso un codice di 13 caratteri. Peraltro, la Kriminalpolizei, ossia la polizia giudiziaria di Germania, Austria e Cantoni svizzeri di lingua tedesca, pubblica con cadenza costante odontogrammi (rappresentazioni grafiche della dentizione di un paziente in cura dal dentista) e foto di cadaveri senza nome sui siti odontoiatrici, consentendo una comparazione più agevole delle informazioni.

Esempio di odontogramma
In Australia, invece, dopo sessanta giorni dalla scomparsa di una persona, i dati clinici disponibili vengono inseriti nel database del National Missing Persons Coordination Centre (NMPCC): un organo non operativo della Polizia Federale Australiana (AFP), istituito nel 2006 per integrare il ruolo investigativo della polizia statale e territoriale. Discorso simile per l’America, che ricorre al supporto offerto dal National Dental Image Repository, una banca dati, gestita dall’FBI e riservata a persone scomparse e vittime non ancora identificate, che consente di archiviare, confrontare o integrare immagini e dati raccolti.

Kevin Torske, odontoiatra forense e comandante USN
Recentemente, l’Istituto di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Torino ha sottolineato quanto un semplice selfie possa supportare le attività dell’Odontologia Forense. L’iniziativa di sensibilizzazione, promossa dall’Association Forensic Odontology and Human Rights (AFOHR), ha fatto conoscere l’utilità di “Selfie Forensic ID”, che raccoglie informazioni dentali reperibili sui social media (registrate con nome e località), potenzialmente utili nel processo di raffronto con i dati di un corpo non ancora identificato. Grazie all’analisi di un semplice selfie, si potranno quindi cogliere indizi rilevanti come una protesi, un’imperfezione, un piercing o la forma delle labbra.
Cosa aspettarsi dal futuro? La risposta è semplice. La ricerca scientifica è in continuo divenire e si spera che gli studi in corso possano suggerire nuovi percorsi per raggiungere buoni risultati in termini di certezza di prove, risposte più veloci e conclusioni sempre più esaustive. Oppure accadrà qualcosa di simile a ciò che è avvenuto nel 1775, quando per un puro caso fortuito è stata spianata la strada per l’applicazione di una metodologia forense utile ancora oggi. Quest’anno la prima identificazione di tipo odontoiatrico soffia 250 candeline, ma in futuro, forse, si potrà assistere alla nascita di altre innovative tecniche ancora più rivoluzionarie.
Non resta che attendere un nuovo Revere dei tempi moderni.
Alice Luceri
Nell’immagine di copertina, un calco dentale utile per l’identificazione odontoiatrica forense

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